David Lee Roth – Recensione: A Little Ain’t Enough

Nonostante contenga quasi tutti gli elementi comuni anche dei due lavori precedenti, il terzo disco da solista della carriera di David Lee Roth si ascolta sempre molto volentieri, ma con una nota di tristezza di fondo, e questo avviene per due motivi. Il primo è un semplice fatto cronologico: l’album esce infatti nel 1991, quando ormai l’epoca d’oro dell’hair metal glitterato, colorato all’eccesso e dove tutto è possibile, anche girare un video travestito da sciamano (come era stato per “Yankee Rose”), sta ormai volgendo al termine. Ad ogni modo, la presenza di due musicisti dello spessore di Gregg e Matt Bissonette fa da collante per un lavoro che mantiene l’aria da splendido spaccone che ha Roth tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, e si notano diversi elementi in comune con i due album usciti negli anni precedenti. “A Lil’ Ain’t Enough” ottenne comunque il disco d’oro a pochi mesi dalla sua uscita, raggiunse il diciottesimo posto nella famigerata classifica di Billboard e tre suoi singoli si classificarono in buone posizioni nella relativa chart. Fra questi, il più noto è sicuramente la title track, accompagnata anche da un video piuttosto famoso, pieno in ogni angolo di strafighe discinte fra cui Roth, tra una spaccata in aria e l’altra, si aggira con aria beata: uno di quei video che farebbero incazzare a morte le femministe incallite (e che all’epoca, incredibile ma vero, fu anche censurato da MTV), ma che è solamente una delle tante manifestazioni della simpatica ironia che contraddistingue questo periodo musicale e la produzione di Roth in particolare. A noi comunque piace ricordare anche “It’s Showtime!” e la sua energia inarrestabile, uno di quegli esempi di produzione minore del Roth solista che continua a far divertire.

La seconda causa di malinconia è la presenza di Jason Becker, la cui chitarra si fonde in maniera simbiotica con la voce di Roth e ricama un assolo dopo l’altro con la semplicità e l’originalità che caratterizzavano questo grande talento. Questo album infatti è stato l’ultimo lavoro registrato da Becker in studio quando già la malattia aveva iniziato a tessere la sua perfida trama (Becker infatti riuscì a registrare l’album ma non ad andare in tour). Nella sua folle autobiografia “Crazy From The Heat”, Roth parla così di Becker: “Provare ad assumere il genio è come fare dell’arte su commissione – quasi impossibile. Ma io ci sono andato tanto vicino da poterne sentire il calore, con un ragazzo chiamato Jason Becker […]. Il mondo stava aspettando il suo momento, e lui è stato buttato fuori dai giochi troppo fottutamente presto”. Un altro valore aggiunto per un album da rivalutare.

Etichetta: Warner Music Group

Anno: 1991

Tracklist:

01. A Lil' Ain't Enough
02. Shoot It
03. Lady Luck
04.Hammerhead Shark
05. Tell The Thruth
06. Baby's On Fire
07. 40 Below
08. Sensible Shoes
09.Last Call
10. The Dogtown Shuffle
11. It's Showtime!
12. Drop In The Bucket


anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. andrea

    Personalmente questo disco non mi fa impazzire, anche se arrangiato bene manca di quell’esplosività che evidenziava i lavori precedenti, ciò non toglie che Lady Luck sia una grande canzone e Tell The Truth abbia una sensualità notevolissima.

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