Fates Warning – Recensione: Darkness In A Different Light

Quando un gruppo si chiama Fates Warning e non pubblica un album dal 2004, è alquanto naturale che si crei un’attesa consistente verso una nuova uscita.

Ebbene, arriva, oggi, a noi “Darkness In A Different Light”, undicesima fatica discografica di Alder, Matheos e compagni che, in un’oretta scarsa di musica, riprendono il discorso praticamente da dove ci avevano lasciato con lo scorso “FWX”.

Le composizioni qui presenti si presentano fin da subito bene, a partire dalla compatta “One Thousand Fires”, brano cangiante, potente e dallo spiccato senso melodico allo stesso tempo. E, infatti, tutto l’album si muoverà in bilico tra dolcezza (come nelle delicate e malinconiche “Falling” e “Lighthouse”) e durezza (come in “I Am” e “Into The Black” ad esempio), ma sempre con equilibrio, classe e privilegiando il lato armonico.

Tutte le composizioni sono, dunque, di livello e gusto superiore, forse a volte un po’ ripetitive (o ossessive, se vogliamo), a volte cangianti, a volte basate su di un unico riff, ma sempre in fascia, qualitativamente parlando, alta. La conclusiva (e lunga) “And Yet It Moves”, poi, è un esempio delle armi nel bagaglio dei Fates Warning, visto che mescola sapientemente melodia, potenza, aperture orientate verso il flamenco, oltre che svariati riff, in “soli” 14 minuti. Un pezzo che è un’esperienza quasi lisergica, dove le uniche guide sono la riconoscibilissima voce di Alder e l’impressionante mole di riffs e cambi di ritmo presenti.

Un album, questo “Darkness In A Different Light”, che non ha nulla da invidiare al passato più celebre della band, anche se i suoni qui utilizzati sono, ovviamente, più moderni e attuali, ma amalgamati benissimo con lo stile compositivo, proprio per non penalizzare le timbriche che da sempre hanno caratterizzato il combo statunitense.

Da loro hanno imparato gruppi come i Dream Theater, giusto per citare un nome a caso… E, con quest’ultima uscita, i Fates Warning riconfermano il proprio posto nell’Olimpo del progressive metal. Questo album è la prova che quando si hanno idee e sentimento (nonché classe da vendere, come in questo caso), il risultato si colloca sempre una spanna sopra gli altri. Infatti già dal titolo questa “oscurità vista in una nuova luce” convince e, andando avanti nell’ascolto, si viene pervasi sempre più da una sensazione di appagamento.

Bentornati Fates Warning.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Inside Out Music

Anno: 2013

Tracklist:

01. One Thousand Fires

02. Firefly

03. Desire

04. Falling

05. I Am

06. Lighthouse

07. Into The Black

08. Kneel And Obey

09. O Chloroform

10. And Yet It Moves


Sito Web: www.fateswarning.com/

14 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Piero Spanò

    Ottimo ritorno per una grande band. In alcuni brani aleggia lo spettro dei Redemption, con riffs più “massicci” ma per me è un bene. Ottimo.Pollice alzato!!!

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  2. giangi74

    Non è un Pleasant, ma quello era facile supporlo (il capolavoro è singolare, non plurale).
    Ci sono più assoli di chitarra rispetto agli ultimi dieci anni, concordo sul Redemption-mood.
    Sempre e semplicemente i più grandi di tutti. Ora tutti a Brescia!!!!!

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  3. Piero Spanò

    E già!!! Magari potessi andare a vederli. E’ un pò fuori mano, giusto un pelo (da Pelermo sigh!!!) Cmq il vero capolavoro dell’album per me rimane And Yet It Moves. Perfetto esempio di prog moderno

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  4. Piero Spanò

    “Palermo”

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  5. giangi74

    Da Firenze non sarebbe neanche lontanissimo, ma dai miei 38 di febbre sì, porca paletta.
    Su And Yet It Moves hai ragionissima, Piero. Trattasi di pezzo magistrale. Da paura.
    Devo sempre ascoltarli 5/6 volte per “capirmeli” (con i Threshold ne bastano 2…)…
    Simply The Best.

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  6. Piero Spanò

    E già :) Io sto bene ma sarebbe un viaggio. Cmq se proprio devo dire la mia forse sento la mancanza delle tastiere in sottofondo (solo perchè nel prog a me piacciono) ma se la cavano benissimo anche senza

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  7. giangi74

    Anche a me piacciono assai, le keyboards (vengo dal prog dei ’70, sarebbe strano il contrario)…
    Ma ora bestemmierò, e dico che qua e là ci sento anche un flavour à-la NEVERMORE (altro combo con i controfiocchi, peccato per lo split!), ad es. in Kneel and Obey!!!!!
    Sogno un supergruppo con Warrel Dane+Karl Groom+Gunther Werno+la sez.ritmica dei Fates va benissimo!!!!!!!!!!!!!!

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  8. Piero Spanò

    Nevermore??? E perchè no!!! Tra i vari ingredienti del loro stile c’è anche il prog. Ci sta

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  9. giangi74

    Ecco,vai,finito il patire. A quest’ora avranno già finito di suonare… :(
    E me li sono persi anche stavolta.
    Meno male che in pochi mesi mi sono fatto Gilbert, Vai e Hackett!
    Ascolterò per la 15ma volta il disco, vai…chef d’oeuvre, altro che!

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  10. Baco Dì Silenzio

    Le ultime frasi del recensore credo spiegano bene il concetto:

    “Infatti già dal titolo questa “oscurità vista in una nuova luce” convince e, andando avanti nell’ascolto, si viene pervasi sempre più da una sensazione di appagamento.”

    Ascoltare e comprendere un’ opera dei Fates, ci catapulta in un’ altra dimensione di piacere, hanno quel qualcosa in più (rispetto a chiunque nel genere e non solo) che viene apprezzato passo dopo passo, tempo dopo tempo.
    Finalmente, sono riuscito a vederli per la prima volta, concerto sublime a Brescia, anche se meritano palchi più grandi (con tutto il rispetto per il Colony che è davvero un ottimo locale)

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  11. giangi74

    “Ascoltare e comprendere un’opera dei Fates…”, sono perfettamente d’accordo! Solo i recensori non se ne sono accorti, dovrebbero attribuire un…voto progressivo (da 75, sì, ma a 100!), come realmente progressiva è la musica di questi geniacci.
    Sapere di un concerto sublime aumenta la rabbia di averli “bucati” nuovamente…’cavacca!
    Palchi grandi probabilmente non sono per questo genere, che è di nicchia e per me è un bene lo rimanga.
    Un Nobel per Jim Matheos!!!!!!!!!!

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  12. Baco Dì Silenzio

    I Fates non sono per tutti, lo sappiamo, e intendo con “non sono per tutti” per chi ha la volontà di sentirne la musica oltre la musica stessa, vale forse solo per chi cerca di vivere la progressione. Eppure questo discorso si può fare anche per altri gruppi, pochi nella storia della musica.

    P.S. intendevo un palco più esteso a livello di strumentazione, anche se il Colony si è comportato benissimo, considerando la struttura e il luogo dove si esibivano. Comunque, basterebbe che i Fates si presentassero al Wacken Open Air, dopo tanti anni , chissà…

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  13. giangi74

    O, forse, e meglio, ad un ProgFest come si deve, in un posto figo e “vergine” (Hackett di recente si è esibito a Roselle, nella campagna maremmana, in mezzo ai campi e in una sorta di anfiteatro che mi dicono goda dell’acustica migliore del mondo – senza scherzi!) dove si possano esibire dagli Astra ai FW, dai Symphony alle Orme, dai Threshold agli Opeth…
    Sarebbe l’ora…

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  14. Baco Dì Silenzio

    Sarebbe una bella idea, lo meritano davvero!

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