Darkend – Recensione: Spiritual Resonance

Apriti cielo!

Improvvisa frenata per i Darkend, gruppo symphonic black metal di Reggio Emilia. Dalla pubblicazione del loro primo demo autoprodotto “Damned Woman and a Carcass” (2007), era già chiaro chi fossero: una macchina da guerra in grado di alternare sapientemente sfuriate in blast-beat tipiche degli Emperor con arrangiamenti pseudo-sinfonici dal sapore gotico e improvvise sezioni doom in grado di stupire di continuo. Dimmu Borgir e Cradle of Filth? Sicuramente, ma la mancanza di pesantezza della loro proposta, la qualità degli arrangiamenti, delle produzioni e delle linee di tastiera ricordavano più che altro qualche nome sconosciuto nella nicchia: Obtained Enslavement, Limbonic Art e Obsidian Gate. E perché no, anche i cari vecchi Mercyful Fate.

La caratura del gruppo, già ravvisabile in quella pubblicazione, venne progressivamente rivelata mano mano nei loro tre precedenti album in studio, “Assassine” (2010), “Grand Guginol – Book 1” (2012) e “The Canticle of Shadows” (2016): tre mattoni, di cui i primi due oltre 60 minuti di durata, pieni di conflitti di emozioni e cambi di ritmo in pieno spirito progressive rock, senza contare alcuni interludi di sola tastiera e voce che garantivano una pausa fra le canzoni e alcuni assoli virtuosi, cosa molto inusuale nel genere di riferimento. Altre influenze da segnalare, specialmente nel terzo, sono l’arrivo di ritmiche supersoniche oltre i 300 BPM e occasionali inserti death metal, anche nella sua variante più melodica. Insomma, un gruppone coi fiocchi.

Fatte queste premesse, molti si aspetterebbero un quarto lavoro di altrettanta qualità: purtroppo, non è così. Dopo un inizio con delle note sostenute e solitarie di organo accompagnate da un “om” meditativo e sussurrato, “The Three Ghouls Buried at Golgotha” apre le danze con un massacrante groove thrash metal con blast-beats e riff in palm-muting, rallentando durante il ritornello e le sezioni strumentali con evidenti note acute di chitarra in sedicesimi: la seconda parte segue arpeggi maestosi e, in seguito solari, per poi concludere con la ripresa del riff principale intorno al sesto minuto.

Ma questa è l’unica traccia che riprende il discorso stilistico dei Darkend: “Scorpio Astraea High Coronation“, infatti, è uno stancante lento con una progressione in Mi minore semplicissima che si ripete per tutta la durata e  che segue l’esempio della stessa categoria di canzoni scritte dai Marduk (vedasi “Funeral Dawn” da Wormwood), mentre “With Everburning Sulphur Unconsumed” si basa sulle stesse ritmiche con un minimo di variazione in più con la partecipazione di Lindy Fay Hella, cantante dei Warduna, nel ritornello. Progressioni in semitono continuano ad essere usate in “Vessel Underneath“, persino durante i blast-beat intorno al quarto minuto. Se questa semplicità compositiva funziona nei potenti fraseggi in Do minore di “Hereafter, Somewhere” (che insieme alla prima, è l’unica che contiene variazioni di tempo e di mood al punto da essere definita quasi complessa), appare strana quando applicata nell’ultima “The Seven Spectres Haunting Gethsemane“, la quale, tra voce sussurrata e bordoni a corde aperte, incontra il post-black contemporaneo che ha ben poco a che fare con quanto fatto nei precedenti album.

Non è chiaro fino a che punto “Spiritual Resonance” sia un disco di transizione, incerto, o semplicemente fatto di fretta. Ad eccezione della prima traccia, già leggermente anomala di suo, le altre cinque danno l’idea di essere esperimenti di minimalismo assurdi, ambigui o semplicemente buttati con noncuranza: tre di essi (2, 3 e 4) sono a dir poco orribili, al punto da far sorgere qualche domanda sul futuro del gruppo. Inoltre, ascoltatori più attenti e maliziosi noteranno non solo che l’album è notevolmente più corto dei precedenti (41 minuti), ma che tutte le tracce terminano con degli outro strumentali di almeno 30 secondi, addirittura di 2 minuti nell’ultima. 34 minuti di metal che fanno pensare a una miniatura o un EP.

Potremmo scegliere di far finta di niente e continuare a lodare il gruppo come abbiamo fatto ad inizio recensione, ma una cosa è certa: quest’album è una delusione così amara che nemmeno un voto messo in numeri potrebbe far comprendere appieno cosa c’è di sbagliato. Con i capolavori che hanno scritto, i Darkend hanno ormai poco da dimostrare al resto del globo, ma a giudicare da questo disco, i dubbi che ormai siano alla deriva sono legittimi.

Etichetta: Dark Essence Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. The Three Ghouls Buried at Golgotha 02. Scorpio Astraea High Coronation 03.With Everburning Sulphur Unconsumed 04. Vessel Underneath 05. Hereafter, Somewhere 06. The Seven Spectres Haunting Gethsemane

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Matteo F.

    Per me, invece, è il loro capolavoro. Ipnotico e catartico come mai sentito da nessun’altra band, mi sento diametralmente opposto a quanto scritto da Simone. Il mondo è bello perché è vario.

    Reply

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