Coal Chamber – Recensione: Dark Days

Arrivati al terzo disco e appena reduci da conflitti interni che sembravano irreparabili, i Coal Chamber si compromettono infine da soli pubblicando un disco che è finalmente una fotografia chiara di ciò che il gruppo rappresenta. Cioè nulla. Nemmeno più in grado di fornire quei pochi, elementari ma tutto sommato efficaci diversivi che andarono a salvare ‘Chamber Music’, il gruppo si arriccia su se stesso ritornando a saccheggiare i primi due album dei Korn per comporne uno proprio. ‘Dark Day’s non ha né la capacità né il coraggio di guidare alcunchè, figuriamoci un movimento in comprovata decadenza come il nu-metal: l’apertura di ‘Fiend’ e la doppietta seguente di ‘Glow’ e ‘Watershed’ fanno capire immediatamente che il dramma è consumato. E’ sufficiente, per i Coal Chamber, prendere una singola idea (di qualcun altro, va da sé) e contornarla di un generico rifferama “nu” e virare tutti i toni verso il basso che –in men che non si dica!- un disco è pronto. Non c’è fantasia, che si parli delle parti di chitarra o dei ritmi scelti. Sempre gli stessi sviluppi melodici, lo stesso abusatissimo e fragile immaginario neogotico, gli stessi passaggi pulito/distorto. Le consuete esplosioni non spaventano più e un bagaglio tecnico presumibilmente non eccelso imbavaglia i Coal Chamber in maniera ancora più stretta nel novero dei gruppi senza speranza di redenzione. Abbiamo atteso tre album e diversi anni illudendoci che potessero fare qualcosa di DAVVERO interessante e originali. Tutto quello che abbiamo ottenuto è un uso della voce particolarmente acido ed estremo, ma siamo ad anni luce da qualsiasi tentativo di interazione inedita fra musiche differenti: ora la pazienza è davvero esaurita, lasciamoli al loro destino sperando che non facciano troppo rumore.

Etichetta: Roadrunner / Universal

Anno: 2000

Tracklist:

Tracklist: Fiend / Glow / Watershed / Something Told Me / Dark Days / Alienate Me / One Step / Friend? / Rowboat / Drove / Empty Jar / Beckoned


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