…And Oceans – Recensione: Cypher

Partendo dall’uscita del testamento di Emperor, quel ‘Prometheus’ che tanto ha fatto parlare di sé, giocando con ‘Empiricism’ di Borknagar, più avanti nelle più recenti uscite di Red Harvest, Ram Zet ed Arcturus, si giunge a ‘Cypher’ di …And Oceans. Un preambolo che ci serve per inquadrare una nuova corrente nelle acque agitate del metallo, una corrente che mette in luce un fatto a dir poco curioso: il black metal è morto da qualche tempo, ed eccolo cambiarsi i vestiti e risorgere, in queste raccolte, a dimostrare che c’è la volontà di continuare e di non rimanere ancorati ai Maestri dell’Underground. Cambiano le tematiche, basta con le chiese da bruciare ed i cristiani da perseguire, siamo cresciuti, tutti, e questa ribellione è sempre stata del tutto empirica oltre che ridicola. Ci sono le vere paure, quelle di cui ci si imbarazza nel parlarne, pressanti e protagoniste di incubi non così rari al giorno d’oggi. Nelle parole di Kenny la filosofia di ‘Cypher’: “in una sola parola: decadenza. Della stupidità degli esseri umani. Degli errori e dei fallimenti che provocano perché ignorano le forze che scatenano con le proprie azioni. Gli uomini non sono tutti stupidi o cattivi, solo che spesso ignorano le conseguenze dei loro gesti, conseguenze che possono portare dolore e negatività ad altri esseri umani o a sé stessi. Incoscienza, in queesto senso la decadenza causata dall’ignoranza incoscienza. Su questo Pianeta è come se noi fossimo tutti racchiusi in una gabbia, così quando prendiamo la via d’uscita e scendiamo per le strade entriamo in contatto anche con questa parte oscura e perversa che fa comunque parte di noi. Non si parla di odio o di amore, ma della parte oscura degli esseri umani. C’è troppa merda che gli uomini non capiscono, sei sempre dipendente da norme e regole che magari a te possono sembrare sbagliate o cattive, ma si tratta solo del tuo punto di vista. In relazione al punto di vista di qualcun altro, quelle medesime regole e norme sono del tutto legittime. Puoi applicare questo concetto alla politica, alla religione e ad ogni cosa che ci circonda. Si tratta di un concept relativo ai punti di vista, in sintesi.” Il sesto album dei finlandesi è sorprendente, in questo senso: catalizzato con l’elettronica, assemblato in maniera più fluida rispetto al predecessore ‘Am God’, certamente il disco più cattivo dell’anno in corso (almeno sino ad oggi), ancora più rabbioso di ‘Sick Transit Gloria Mundi’, a tratti più vicino agli Strapping Young Lad come attitudine che non a una qualsiasi banda black, addirittura proponendo ed evidenziando, con il passare degli ascolti, una vicinanza maggiore a Nine Inch Nails che non a Dimmu Borgir. In effetti “la parte musicale è strettamente connessa con quella dei testi, per questo l’atmosfera generale del disco è feroce, fredda ed elettronica. Poi anche perché noi voglaimo sempre fare qualcosa di diverso a livello di canzoni e concetti e vogliamo sempre spingerci più in là sulla spirale e cambiare direzione. Se penso a come volevamo suonasse il disco, mi rendo conto che alla fine i nostri piani sono stati ribaltati, il suono generale del disco si è evoluto insieme ai testi, ha preso una piega che non ci aspettavamo, ma che ci appaga per come volevamo rendere il lavoro. Siamo partiti facendo quello che ci sembrava giusto, senza riguardare la pianificazione di ‘Cypher’. Alla fine lo abbiamo lasciato crescere, ed ecco cosa ne è uscito. Come se avesse avuto una vita propria, indipendente. Questa creatura ci piace davvero tanto. Freddo, glaciale.” Una creatura, ‘Cypher’ che incide a lettere indelebili una nuova prospettiva partendo dalla negazione di una strada a senso unico propendendo suggerimenti ad ampio raggio, una faccia inedita, anche se la band stessa su questo nicchia, cercando di dissimulare una identità precisa ed in perenne mutamento, giocando la carta del camaleonte per nascondersi apparentemente al resto del mondo: “Non abbiamo mai pensato che ci possano un giorno essere gruppi che diranno di essere stati influenzati da noi. Ci reputiamo una piccola band, ma con una propria personalità, questo sì. Per questo And Oceans cambia e non è mai una proposta uguale a sé stessa, perché cresce con le nostre individualità e con le nostre esperienze. I nostri intenti, addirittura, erano quelli di cambiare i nostri nomi e quello del gruppo ad ogni uscita, ma non ci è possibile per via di un contratto discografico che giustamente non ce lo può permettere, è una cosa impossibile se tu hai un contratto con un’etichetta (ride).. forse il problema è che a noi piace cambiare i calzini almeno una volta al giorno (ride). Abbiamo dovuto lasciar perdere l’idea così come l’avevamo concepita, ma musicalmente questo è quello che succede. Mi piace pensare al gruppo come ad un fiume che parte da una montagna, ma non tutto riesce ad arrivare al mare: a volte qualcosa diventa ruscello, altre fosso, altre ancora gocce… E tutto questo ritorna in uno schema più esteso, come se un giorno potessero diventare radici e albero.” Fin qui, sono soltanto semplici considerazioni. E’ la musica a parlare, nelle sfuriate tossiche alla mescalina di ‘Angelina’ o la malvagità assoluta di ‘Halcyon’. E’ ‘Opaque’ che strabilia: un effetto di chiara matrice Relapse-nervoso si innesta e prende possesso delle redini, rimanendo ancoratissimo alle prosecuzioni di “metallo nero” fra blastbeat e fulmini percussivi. Che siano queste le nuove frontiere? Oppure la sinfonia sintetica di ‘Aphid’ a spezzare il fiato, aggredendo e puntando alla gola, dimostrando, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che l’elettronica e il metallo sono una coppia perfetta e rodata. ‘Catharsis’ è un pezzo dal quale si vuole soltanto scappare, definitiva esplosione di elettroviolenza, così come ‘Silhouette’ è ciò che in sede concerto può fare tanto male alle vertebre martoriate da headbanging. “Il fatto fondamentale credo che sia principalmente dovuto ai miei ascolti. Nell’ultimo paio di anni sono stato catturato dalle frequenze, dai campionamenti elettronici, dai Merzbow piuttosto che dalle band che suonano metal. Ritengo che il metal abbia oggi come oggi le idee troppo ristrette, sia troppo settoriale e questo va contro l’idea che ho io di come propormi, di come intendere la parola “artista”. Credo sia un male comune di tutte le scene musicali, ma onestamente il sentirmi dire ‘Heavy Metal Forever’ (con voce stentorea) poteva star bene negli anni ottanta, francamente credo che oggi sia stato detto praticamente tutto a livello di metallo classico e voglio proprio sentire delle cose diverse, non vivere di nostalgia su quello che è stato e ripeterlo all’infinito. Quello che voglio dalla musica sono emozioni nuove, che mi possano toccare dentro, non mi sento rappresentato dalle cose che oggi escono bollate come metal. Preferisco ascoltarmi altra musica. Addirittura mi sto allontanando anche dalla musica intesa come forma, preferisco ascoltare frequenze, linee di basso, rumori…” Bisogna resistere, almeno per giungere a ‘Nail’, esempio di black e noise, chitarre con il solo feedback a reggerle, sghembe e pericolanti, sulla disperazione declamata da Kenny, filtrato per l’occasione, ad interpretare il dolore della (ri)nascita. Un disco che si colloca di diritto fra le influenze che saranno, almeno in campo estremo e “nero”. Già, perché in fondo, ‘Cypher’ è spruzzato di meraviglia elargita a piene mani, sorprendente nella sua fuga dai territori d’origine per giungere ad accendere nuovi fuochi di campo, perché “alla fine le canzoni parlano sempre della decadenza, come dicevo prima, ma in ogni brano cambia la prospettiva dalla quale si osserva lo stato delle cose. Inizialmente non avevo nemmeno intenzione di dare dei titoli visto che ormai lo fanno tutti, ma il tutto sarebbe stato decisamente complesso da gestire. Immaginati la situazione dal vivo in cui si dice “ok, allora  la prossima è quella canzone che abbiamo composto nella giornata in cui la pista otto non funzionava benissimo e abbiamo usato tutte le digitali” (ride). Seriamente, era questo l’intento, far sì che le canzoni potessero andare mano nella mano con l’ascoltatore e fra di loro. Ci sono alcuni pattern ed alcune linee che ricorrono in tutte le canzoni del disco, sia a livello di testi che di ritmi o di linee di basso o di frequenze. Immagino tutti i testi del disco come se fossero uno solo, come se fosse una unica suite. Alcuni dei testi, poi, li ho scritti parecchio tempo fa, li ho rivisti alla luce della mia sensibilità attuale.” Un disco che accende aspettative e nuove pretese a livello artistico, per giungere al di là di mere considerazioni e valutazioni prese di peso dal “mi piace/non mi piace”, una ghirlanda esplosiva di emozioni e contrasti che accende i riflettori su And Oceans: “Forse è vero che ci sono ormai grosse aspettative da noi, ma abbiamo deciso di fermarci e dedicarci ad altro prima di pensare solamente a quando inizieremo a lavorare sul prossimo album. Ci dedicheremo ad altri progetti, lasceremo che le nostre menti relativamente ad And Oceans possano adesso lasciar depositare tutto. Torneremo a prendere in considerazione la band al momento per noi opportuno.” E’ ora di parlarne. Seriamente.

Voto recensore
9
Etichetta: Century Media / Self

Anno: 2002

Tracklist:

Fragile / Picturesque / Angelina / Halcyon / Aphelion / Opaque / Aphid / Voyage / Catharsis / Shilouette / Comatose / Debris / Nail


0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login