crown the empire – Recensione: Sudden Sky

Sono sempre stati un problema, specialmente in passato. Gli statunitensi Crown the Empire furono un gruppo pubblicizzato in maniera spropositata dalla loro etichetta Rise Records, ma fallirono nel tentativo di portare il loro genere fuori dal vortice di battute ed insulti di cui era ormai oggetto da almeno un decennio. I problemi principali furono tre: il fatto che facessero un tipo di metalcore/post-grunge derivativo degli Unearth e degli As I Lay Dying fin troppo semplice e basato su effetti, produzioni e maneggiamenti alla console piuttosto che su un songwriting che fosse capace di sorreggere tali lezioni di teatralità ed eccesso in stile Queen, il fatto che i loro primi due album fossero immaginari ma banali concept sull’amore e la libertà, contro le tirannie e l’odio, e gli inutili tentativi di filmare video simili a film, presenti su Youtube con milioni di visualizzazioni. In poche parole, le loro sembravano mosse disperate fin dall’inizio.

Un grande peccato, perché, fra quella marmaglia di effetti, cori e contro cori, urla, breakdown e drum machine, c’era del materiale valido. Tuttavia, la mancanza di variazione stilistica del gruppo si fa sentire anche nel loro più recente quarto album in studio, “Sudden Sky”. Musicalmente, questo album è decisamente più conciso (circa 33 minuti di durata), e stilisticamente consiste nel tipo di metalcore che simpatizza sia con il post-grunge caratteristico del loro paese, sia con l’industrial rock dei recenti Nine Inch Nails. Alcune tracce presentano ritmiche hardcore mixate con ritornelli epici (“20/20”, “Red Pills”, “MZRY”), altre sono meno pesanti e hanno tendenze più psichedeliche e pop di derivazione Enter Shikari (“What I Am”, “Blurry”), ma tutte condividono il sound a due facce degli album precedenti del gruppo. Gli scream sono quasi del tutto scomparsi, tuttavia, a favore di quelle clean di Andrew Velasquez. L’album prosegue su questa scia senza offrire particolari novità, il muro del suono è piatto, ma reso meno irritante da un mixing saggio che garantisce un bilanciamento fra gli strumenti abbastanza equilibrato (con una piccola licenza a favore degli effetti elettronici) e alcune canzoni sono davvero interessanti (come la diversione Jungle “March of the Ignorant”).

Dal 2014, i Crown the Empire hanno subito alcune defezioni, fra cui quelle dei loro cantanti originari e di un chitarrista. Forse sono proprio questi cambiamenti nella formazione ad aver progressivamente fatto abbandonare le speranze del gruppo di diventare dei colossi del metalcore contemporaneo. In effetti, “Sudden Sky” non suona esagerato, raffazzonato e fatto in fretta come i primi due album del gruppo, ma è una continuazione della strada meno tendente al metal intrapresa con “Retrograde”. In questa veste meno pesante ed estrema, la band appare più coesa, meno ansiosa e anche più memorabile. Con i Linkin Park prossimi allo scioglimento a causa della morte di Chester Bennington, c’è una possibilità che i Crown the Empire conquistino una nuova fanbase, ma dovranno anche fare i conti con i Bring Me the Horizon, che a differenza di loro hanno all’attivo qualche capolavoro in grado di metterli in difficoltà.

Etichetta: Rise Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. (X) 02. 20/20 03. what i am 04. BLURRY (out of place) 05. Red Pills 06. MZRY 07. Under the Skin 08. SEQU3NCE 09. March of the Ignorant 10. Sudden Sky

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