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Corrosion Of Conformity – Recensione: No Cross No Crown

Un suono che sembra provenire dalle paludi americane, grasso, oppressivo e caldissimo. Miscelato dalla polvere che i nostri si sono scrollati di dosso e che esce sporco e distante. Un passo pesante e drammatico quello dei Corrosion Of Conformity che ritornano con “No Cross No Crown”, e che esplode (dopo la breve intro “Novus Deus”) con la tambureggiante e “The Ludditude”. Un passo blues deciso, che richiama i Black Sabbath e che gioca con la storia di una band che finalmente ritrova Pepper Keenan in pianta stabile.

E proprio il nostro riesce a dare una spinta in più al singolo “Cast The First Stone”: incisiva, dinamica e sicura hit live. La tensione si spegne per una manciata di secondi con la breve strumentale “No Cross”, che prosegue nella groovy “Wolf Named Crow” (già video) che incastra riff uno dietro l’altro per una canzone che racconta una tradizione antica griffata C.O.C. . “Little Man” invece profuma di whisky e southern rock. Ipnotica e dalle chitarre in primo piano a graffiare fino al chorus diretto e d’impatto.  Nuova pausa strumentale con “Matre’s Diem” che, come uno spiritual, sembra raccontare una antica spiritualità persa lungo i chilometri di chissà quale route a stelle e strisce.

“Forgive Me” conquista per le chitarre che recitano la parte delle protagoniste assolute. Si inseguono, si cercano, si cacciano e pestano durissimo. Probabilmente la canzone più valida dell’intero album. “Nothing Left To Say” è invece una ballad (chi ha detto “Planet Caravan”?) che nel lento incedere dei riff diventa plumbea in un chorus che suona rabbioso e disperato. Notevole la coda strumentale. Piace anche “Old Disaster”, che suona quasi psichedelica e che rallenta i tempi mettendo in scena una band capace di costruire una canzone “ragionata” a dovere.

Arriviamo quasi alla fine, e con la title track vengono tessute trame oscure e sussurrate. Un canto ancestrale, una voce profonda ed una linea di chitarra come una strada da percorrere per cercare di uscire a rivedere la luce. Luce che guida i nostri usciti dall’ideale palude in cui si sono andati ad impantanare (idealmente). Titoli di coda affidati a “A Quest To Believe (A Call To The Void)”, per una band che ritrova sé stessa e che pur non inventando niente si dimostra capace di raccontare una passione antica.

“No Cross No Crown” ci riconsegna i Corrosion Of Conformity capaci di parlare ai propri fan, intensi e drammatici. Un bel ritornare ed ottimo modo per iniziare il nuovo anno.

Voto recensore
7
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2018

Tracklist: 1. Novus Deus 2. The Ludditude 3. Cast The First Stone 4. No Cross 5. Wolf Named Crow 6. Little Man 7. Matre’s Diem 8. Forgive Me 9. Nothing Left To Say 10. Sacred Isolation 11. Old Disaster 12. E.L.M. 13. No Cross No Crown 14. A Quest To Believe (A Call To The Void)
Sito Web: https://www.facebook.com/corrosionofconformity/?ref=br_rs

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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