Arena – Recensione: Contagion

Questa volta proprio non ci siamo. E’ difficile trattenere la delusione per la sconfortante pochezza di un lavoro come ‘Contagion’. Non capiamo infatti come sia possibile che una band della grandezza artistica degli Arena possa limitarsi ad un’opera di riciclo tanto evidente di strutture, melodie e idee. Da ‘Witch Hunt’ a ‘Painted Man’, dalla prog-ballad ‘Spectre At The Feast’ fino alla conclusiva ‘Ascension’, tutto(o quasi) si riduce al recupero di cose mutuate dai lavori precedenti, impoveriti maggiormente da deja-vu preoccupanti che richiamano le band classiche del genere. Se la teatralità di Rob Sowden, l’alone oscuro di certe melodie , l’uso di liquidità psichedeliche nel suono di chitarra sono stati i punti di forza della band nel recente passato, qui si esagera, rischiando di cadere nel grottesco tanta è l’adesione a quelle brillanti intuizioni. E se un’operazione del genere si può scusare a chi null’altro si pone come obiettivo se non il divertirsi e il divertire, lo spirito serioso che accompagna band del peso e del talento degli Arena rende del tutto inaccettabile tanta furbizia. Anche perché il risultato finale rimane poco coinvolgente, troppo ripetitivo e con fatica ci si costringe a riascoltare più volte un lavoro che già dopo qualche passaggio nello stereo ha abbondantemente superato la data di scadenza. Da salvare qualche brano: ‘Tsunami’ in primo luogo, dove si respira un’aria diversa, più vitale e comunicativa e ‘Cutting Cards’ che riprende almeno un po’ di brio. Chi ama la band probabilmente si accontenterà, per neofiti e disinteressati il consiglio è procurarsi album come ‘Immortal?’ o ‘The Visitor’.

Voto recensore
5
Etichetta: Verglas / Frontiers

Anno: 2003

Tracklist:

Tracklist: Witch Hunt / An Angel Falls / Painted Man / This Way Madness Lies (instr.) / Spectre at the Feast / Never Ending Night / Skin Game / Salamander / On The Box (instr.) / Tsunami / Bitter Harvest / The City of Lanterns / Riding The Tide (instr.) / Mea Culpa / Cutting the Cards / Ascension


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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