Afterworld – Recensione: Connecting Animals

Dalla Finlandia con ardore powermelodico, ecco la chiave di lettura di ‘Connecting Animals’, secondo album degli Afterworld. Rispetto alla classica teoria del genere, il combo cerca di differenziarsi scegliendo un approccio più orientato all’hard pomposo che lascia relativamente poco spazio alla doppia cassa (padrona assoluta della sola ‘Ending Our Days’) e nessuno spiraglio ad armonie troppo gioiose o voci in falsetto. In compenso viene privilegiata una forma-canzone priva di orpelli, enfatizzata da un costante (anche se alla lunga monotono) sottofondo di tastiere.

L’attenzione verte sulle linee vocali, interpretate con grinta (e qualche non casuale riferimento al Bruce Dickinson della ‘Somewhere In Time’ era) dal timbro roco di Mika Kuokkanen, con le chitarre a puntare sulla melodia e su misurate rifiniture, piuttosto che sulla tecnica velocistica.

Le note dolenti vengono da una fin troppo avvertibile omogeneità complessiva dei brani: nessuna sbavatura eclatante, ma nessun pezzo riesce nell’impresa di imprimersi facilmente nella memoria, limitandosi a scivolare via senza offendere. Eccezioni positive sono date dalla maestosa ‘The Seventh Year’ e dalla conclusiva ‘After The Dark’, nella quale la band trova un apprezzabile equilibrio fra accelerazioni e crescendo atmosferici. Rimandati a settembre, si diceva una volta.

Voto recensore
5
Etichetta: Noise / Self

Anno: 2000

Tracklist:

Tracklist: Second Chance / Promises / Tell Me Why / Behind Your Eyes / Mone Money Money / The World Of Hypocrates / The World Of Hypocrates Part 2 / The Seventh Year / Ending Our Days / Nothing To Lose / Let It Go / After The Dark


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