Communic – Recensione: Hiding From The World

Ci sono da sempre nella scena metal band che non raggiungono un vero e proprio successo, ma che con il tempo riescono a crearsi il rispetto di un buon numero di fan, grazie alla perseveranza e alla buona qualità della proposta. Tra questi possiamo senza dubbio comprendere anche i Communic. La band norvegese ha goduto di una certa popolarità quando il loro debutto, ascritto di diritto al club delle rarissime band similari ai Nevermore, aveva suscitato gli entusiasmo della critica e, di conseguenza, una considerevole attenzione di tutta la comunità metal. Rientrati nell’underground, soprattutto a causa di una proposta forse fuori target per il gusto medio del pubblico metal, i nostro hanno ormai alle spalle quindici anni di carriera e, con questo “Hiding From The World”, sei album in cui hanno saputo mantenersi coerenti all’idea originale, ma senza ripetersi eccessivamente e costruendosi una personalità che forse in quelle prime, osannate, uscite non era riscontrabile.

Se infatti il riferimento al metal progressivo e malinconico dei Nevermore e simili è ancora presente, la declinazione che possiamo ascoltare in brani come “Plunder Of Thoughts” o la title track si ammanta di melodie accostabili al doom meno claustrofobico, con linee vocali davvero riuscite e, queste si, non di rado riconoscibilmente vicine a quel maestro indiscusso che è stato Warrel Dane. A parte qualche riff dal taglio più power-thrash, come in “Face in The Crowd”, non sono molti i passaggi veramente aggressivi e veloci tra le note di un lavoro che si concentra invece sull’atmosfera evocativa ed elegiaca che si viene a creare con brani strutturati in crescendo (“Born Without A Heart”), oppure attraverso l’uso sapiente di ritmiche belle pesanti, alternate da partiture acustiche e malinconiche, come nella veramente bella “My Temple Of Pride”. La formula funziona spesso davvero bene, soprattutto perché, nonostante il filo rosso che lega tra loro le singole canzoni, la band ha la giusta esperienza e la qualità per rendere l’insieme sufficientemente vario e dinamico.

L’unico appunto che mi sento di fare, comune tra l’altro a tutte le loro uscite, è l’abitudine a produrre tracce fin troppo lunghe, a volte ridondanti nella melodia, che possono affaticare l’ascoltatore, senza per questo aggiungere valore espressivo. “Hiding From The World” è comunque una buona uscita, che conferma il valore della band e che merita sicuramente attenzione da parte dei cultori del metal meno scontato e commerciale.

Etichetta: AFM Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Plunder Of Thoughts 02. Hiding From The World 03. My Temple Of Pride 04. Face In The Crowd 05. Born Without A Heart 06. Scavengers Await 07. Soon To Be 08. Forgotten

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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