Combichrist – Recensione: One Fire

Sei si ama musica potente composta chitarre martellanti, voci epiche e batterie che pestano come carri armati, si è anche coscienti che cose simili si possono trovare nella musica… dance. Fin dalla lontana creazione della musica disco negli anni 70, un tipo di musica basato più sul suono e su specifici suoni che attuali fraseggi musicali si fece strada diventando più ballabile, più forte, più veloce, più aggressiva… e molto raramente il contrario di tutto questo. Il collettivo norvegese Combichrist si specializza in quello che è stato col tempo definito “aggrotech”, che altro non è che musica dance con il pesante uso di pitch-shifting e distorsione tipico dell’industrial e la tendenza ad usare frequenze più basse e claustrofobiche e drum machine prive di riverbero e con tanto trigger: quasi mai uso di chitarra elettrica.

Nove album in studio pubblicati finora, incluso questo, costante presenza nei festival di musica tedeschi (specialmente con quelli che flirtano con dance e gothic/dark come il M’era Luna) e, purtroppo, una credibilità artistica in caduta libera da un bel po’ di anni. Così come i gruppi metal, invecchiando, si afflosciano e perdono ispirazione (si fa per dire), anche i gruppi dance possono soffrire degli stessi problemi. Il loro ultimo album in studio, “On Fire”, è la dimostrazione che il gruppo sta perdendo colpi. Forse, in parte, è anche la scelta di dedicarsi a un punk/metal con tinte industriali ignorando le loro radici dance non è una scelta congeniale, poiché li fa sembrare come i Ministry. “Hate Like Me” mette le cose in chiaro, tirando fuori ritmi con trigger adatte per una sala da ballo, note in sintetizzatore stoppate e power-chord di chitarra in Do minore con fraseggi lead dissonanti. “Guns at Last Dawn” ha strofe rappate e riff in Mi minore in palm-muting in stile thrash metal, “Lobotomy” sembra una outtake dei recenti Depeche Mode, mentre “Bottle of Pain” è un eccentrico esperimento, una ballata folk acustica con tastiere sinfoniche e tracce vocali melodiche, ma rudi e quasi ubriache, quasi a voler dare un’aria piratesca. “Understand” viene interrotta da sezioni ambient con soli sintetizzatori e voci distanti, una cover di “California Über Alles” viene a seguire, “Last Days Under the Sun” prosegue insolitamente “tranquilla”, come a voler sottolineare un sentimento di suspense che esplode al terzo minuto con dinamiche raddoppiate e strumentazione completa e l’ultima traccia “The Other” è una ballata oscura in perfetto stile David Bowie, specialmente nella traccia vocale.

Inutile sperare in un cambiamento dai Combichrist: da sempre facenti parte del lato più “oscuro”  e violento della musica dance, il gruppo si ritrova ad aver esaurito gran parte dei propri trucchi più vincenti. “One Fire” si difende bene con qualche idea interessante (“Bottle of Pain”), ma ora come ora, sono altri i progetti che si mantengono meglio e più freschi. Che sia l’ora che Andy LaPlegua ripeschi i suoi altri progetti Panzer AG e Icon of Coil, inattivi da anni, fuori dal cassetto?

Etichetta: Out of Line Music

Anno: 2019

Tracklist: 01. Intro 02. Hate Like Me 03. Broken : United 04. Guns at Last Dawn 05. Lobotomy 06. One Fire 07. Bottle of Pain 08. 2045 09. Interlude 10. Understand 11. California Über Alles (Dead Kennedys cover) 12. Last Days Under the Sun 13. The Other

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