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Leprous – Recensione: Coal

Era compito arduo per i Leprous far meglio di due autentici capolavori come “Tall Poppy Syndrome” e “Bilateral” ma proprio alla luce di questo illustre passato sappiamo quanto sia nelle corde dei norvegesi stupire fan e critica ad ogni nuova uscita discografica.

Un Einar Solberg declamatorio apre le danze con enfasi epica in “Foe” introducendo un lavoro come al solito variegato e prodotto dall’entità commerciale che va sotto il nome di Mnemosyne ma che altro non è che la coppia di musicisti/produttori formata da Vegard e Heidi Tveitan (alias Ihsahn e consorte); da anni ormai i Leprous stazionano sotto l’ala protettrice dell’innovativo musicista norvegese che con “Coal” cerca di dare un’impronta vagamente dark al prodotto e del quale non si può negare l’influsso stilistico (la conclusiva “Contaminate Me” contiene anche alcuni suoi scream black metal ormai patrimonio della musica estrema).

In “Chronic” sono innegabili anche pesanti richiami a Devin Townsend, soprattutto quello del recente Project mentre “The Valley” è forse la prima traccia qualitativamente paragonabile agli album precedenti; “Salt” e “Echo” ci mettono di fatto di fronte a dei nuovi Leprous, con canzoni meno strutturate, con meno substrati e linee più quadrate… ma immutata originalità.

Questa “asciugatura” stilistica sarà più ardua da digerire per i loro sostenitori più abituati a sonorità prog, per i quali il quartetto norvegese ha sempre sfornato succulenti pietanze ma siamo convinti che il coraggio dei nostri potrà essere ripagato a livello commerciale.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Inside Out

Anno: 2013

Tracklist:

01. Foe

02. Chronic

03. Coal

04. The Cloak

05. The Valley

06. Salt

07. Echo

08. Contaminate Me


Sito Web: https://www.facebook.com/leprousband

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Mickelozzo

    Recensione un po’ stringata, ma da un paio di primi ascolti purtroppo mi sento di condividere… Hanno semplificato molto il sound, le complicate e mutevoli partuture progressive sono andate quasi totalmente a farsi benedire, refrain ripetuti all’infinito in ogni canzone. Non brutto, ma rispetto ai due precedenti lavori siamo qualche spanna sotto.

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  2. bucho.de.q

    “tall poppy syndrome” era davvero bello anche se devo confessare che il cantante/tastierista deve stare lontano dai pianoforti e i chitarristi devono spaccarsi il c…o di tecnica prima di prendere in mano lo strumento, tuttavia il batterista e bassista erano davvero bravi, la musica piacevole e ben amalgamata, e ogni cosa era al posto giusto, un disco advangarde di tutto rispetto.
    BIlateral è una forzatura, hanno voluto fare i progster e non ci son riusciti, un esperimento mal riuscito, confuso, senza senso, senza motivo di esistere, bassista e batterista rimpiazzati e si sente.

    coal….monnezza allo stato puro, elogiato ovuqnue (la inside out sta facendo una pubblicità manco fosse la barilla), la musica è tedio allo stato puro, le chitarre fanno un lavoro orribile e monotono, non esistono soli (i chitarristi non ne sono capaci evidentemente, hanno perso anche quel minimo di tecnica che avevano), le canzoni chiudono in una maniera deprimente, non basta mettere i cambi di tempo o bpm per essere prog, non l’hanno ancora capito, la band ormai è morta.

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  3. luciogallio

    album orribile, sopravalutatissimo, ormai non hanno più idee.

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