Dredg – Recensione: Chuckles and Mr. Squeezy

“Chuckles And Mr. Squeezy”, quinto album degli alternative-rockers Dredg, è un lavoro che farà discutere. Un disco di rottura, nella misura in cui si pone a un’inequivocabile distanza stilistica dal precedente “The Pariah, The Parrot, The Delusion” (2009), ma a maggior ragione dai due grandissimi album partoriti in precedenza dalla band: “El Cielo” (2002) e “Catch Without Arms” (2005), capolavori di personale ed emozionale alternative/art-rock (per chi scrive vera e propria ecologia dello spirito trasposta in musica).

E se nel corso degli anni è lecito, e anzi positivo, un progressivo raffinamento, cambiamento delle proprie risorse espressive, perché significa l’esistenza di un percorso, crescita, e comunque di pensiero e sensazioni in musica, la strada scelta dei Dredg è più problematica e pericolosa, perché va a lavorare in profondità su molti degli elementi cardine della loro identità artistica.

Il risultato, per i fan storici del gruppo di Los Gatos, è sicuramente spiazzante, e chi aveva già storto il naso per il precedente “The Pariah, The Parrot, The Delusion”, comunque valido, in se e per se, questa volta avrà un compito ancor più arduo.
“Chuckles And Mr. Squeezy” porta infatti alle estreme conseguenze le semplificazioni, gli accenni poppeggianti, i beat elettronici e le aperture a generi main-stream riscontrabili nell’opera precedente, perdendo di fatto quasi del tutto i riferimenti rock, sia esso indie, art, prog, alternative.

Ora i Dredg parlano un linguaggio decisamente più piano e easy-listening, frutto anche della collaborazione con Dan The Automator (Gorillaz, Kasabian, Jamie Cullum, Peeping Tom, ecc…), depositario di un’allure radiofonica e patinata che, in precedenza, difficilmente si sarebbe potuta associare al gruppo di Gavin Hayes.

Dopo ripetuti, continui ascolti, lo stupore (delusione) iniziale è andato però stemperandosi nell’accettazione di una forma canzone più aperta e libera da schemi, certamente meno intimista e spirituale del passato, ma che comunque non ha del tutto perso l’alone contemplativo e riflessivo che la contraddistingue.

Certamente l’opener “Another tribe”, col suo beat trip-hop alla Massive attack e chorus quasi rap, non è molto semplice da digerire, pur nella sua efficacia e immediatezza melodica. Le chitarre distorte ed effettate della successiva “Upon Returning” ribadiscono una ritmicità di fondo tipicamente hip-hop, anche se poi il brano apre sui tipici fraseggi di chitarra liquidi e dilatati (del sempre ottimo Mark Engles), cifra stilistica costante del gruppo. “The Tent” è invece un brano lento e languido, con un’intensa prestazione vocale di Gavin, percussioni sommesse e chitarre wah-wah a contribuire a un ipnotico stato d’introspezione.

“Somebody Is Laughing” torna invece a calcare la mano sul fronte pop, abbinando addirittura cori backing vocals dal sapore quasi dance.
“Down Without a Fight” ricorda invece il miglior Moby, beat pesanti e stratificati, che supportano una linea vocale volutamente piana e descrittiva. “The Ornament” è un brano su cui i Dredg lavorano da lungo tempo, e infatti presenta uno stile più direttamente collegabile al passato, tanto che potrebbe passare per una buona out-take di “Catch Without Arms”.

“The Thought Of Losing You”, primo singolo, è quanto di più melodico, accessibile e pop la band abbia composto. Non un brutto brano, troppe le doti musicali dei nostri, ma piuttosto un brano un po’ scontato, pur nella sua piacevolezza.
“Kalathat”, ballata acustica e dolce guidata per mano dalla chitarra finger-picking e dalla stupenda voce di Hayes, risulta gradevole, ma non incisiva e memorabile.
Per “Sun Goes Down” valgono le stesse considerazioni di “Somebody Is Laughing”, brano atipico e realizzato secondo influenze stilistiche quantomeno poppeggianti.

La penultima “Where I’ll End Up” proviene da idee delle session di “The Pariah, The Parrot, The Delusion”, e se ne avverte infatti la stessa romantica dolcezza meditativa.
Conclusione affidata a “Before It Began”, brano che lentamente accompagna verso il tramonto di un album davvero difficile da inquadrare e giudicare, sebbene non privo di spunti e qualità.

Rimane come punto fermo la ricerca sonora a tutto tondo, ma soprattutto nella sostituzione della base ritmica tradizionale (drum-kit) con elementi elettronici, percorso iniziato dall’abile drummer Dino Campanella già negli album precedenti (come si può ben vedere, ad esempio, nel backstage di studio di “The Pariah, The Parrot, The Delusion”).

Anche se in modo assai differente, certamente più pop e meno intenso emotivamente, “Chuckles And Mr. Squeezy” sa farsi apprezzare, soprattutto sulla lunga distanza, senza comunque essere a livello degli illustri predecessori, ma è altrettanto vero che ripetersi a tali livelli d’eccellenza è impresa ardua.

I Dredg continuano quindi una carriera che non ha mai visto riproporre due volte lo stesso impasto sonoro, ma al contrario una tensione costante verso l’elaborazione di se stessi e della propria espressività artistica.

Ai fan ora il compito di accogliere o meno la nuova proposta del gruppo, fermo restando la sterilità di confronti qualitativi con album oggettivamente frutto di periodi e sensibilità differenti, così come l’inadeguatezza della definizione “commerciale” per definire l’operato di un gruppo di artisti che non ha mai avuto nel vertice della classifica di vendita il suo obiettivo finale.

Voto recensore
7
Etichetta: Superball Music

Anno: 2011

Tracklist:

01. Another Tribe
02. Upon Returning
03. The Tent
04. Somebody Is Laughing
05. Down Without a Fight
06. The Ornament
07. The Thought Of Losing You
08. Kalathat
09. Sun Goes Down
10. Where I'll End Up
11. Before It Began


Sito Web: http://dredg.com

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. sehcomeno

    Si, forse fino a PRIMA non avevano intenti commerciali, ma la salita è iniziata. Il soldino è necessario. Il download gratuito non fa bene alle taschine.
    Sfruttano il cuore e le tasche di noi amanti di rock, hard rock, metal e così via… e poi se ne vanno nell’allegro mondo COMMERCIALE DEL POP (la sterilità di questa affermazione è tutta da dimostrare, checché ne dica il giornalista, la sua è una opinione) a monetizzare la gavetta. Comprensibile, ma se non mi piace almeno quanto un album dei Coldplay, li manderò affan…..

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