Ulver – Recensione: Childhood’s End

La ricerca di spunti innovativi è sempre stata una degli aspetti più interessanti a cui la musica degli Ulver ha puntato nel corso della lunga carriera della band. Di fatto non si sono fatti mancare nulla per ciò che concerne sperimentazione e varietà artistica, ma con questo riuscitissimo “Childhood’s End” riescono ancora a stupirci dando nuova vita a vecchie song dell’era psichedelica, dimostrando quanto di quella cultura sognante e per certi versi fanciullesca sia arrivato ai giorni nostri come intatta fonte d’ispirazione.

Senza far una divagazione eccessiva sul significato del movimento psichedelico si può immaginare che l’approccio con cui arrivare ad ascoltare un’opera come “Childhood’s End” sia duplice: o lo si fa conoscendo o riascoltando le tracce originali per cercare un confronto, o, ovviamente per chi le prime interpretazioni non le conosce così bene, si assapora l’atmosfera del disco come un viaggio ricco di atmosfera e di emozioni.

Ci pare che il senso del lavoro svolto degli Ulver funzioni bene in entrambi i casi, ma la scelta di brani spesso non clamorosamente famosi ai giorni nostri rende forse più vicino alle intenzioni il secondo caso. Ed infatti “Childhood’s End” è ottimo sia come punto di partenza per andare a riscoprire trame compositive e valori musicali di un’epoca, sia per cogliere, attraverso le reinterpretazioni qui raccolte le tracce rimaste nel tempo di un movimento tanto decisivo per lo sviluppo artistico della musica contemporanea.

Vista la lunga scaletta ci pare improponibile in questa sede analizzare una ad una le song per rintracciare le diversità d’interpretazione, ma in linea di massima gli Ulver hanno scelto di non stravolgere completamente le tracce originali, manipolando però abilmente la materia a disposizione. Trasformando ogni traccia in qualcosa di personale attraverso accenti più o meno marcati, nell’intento di fissare emozioni a volte distanti come fragilità, serenità, malinconia o giocosità e ammantando l’insieme di una sensibilità notevole all’uso del “chiaroscuro” che è tipico della band di Garm (o Kristoffer Rygg, se preferite).

In questo senso la scelte delle song è decisiva per creare il contrasto (così come l’immagine di copertina) e alla fine la missione ci pare essere riuscita completamente, creando nell’insieme una gemma di rara bellezza che non si ferma alla più scontata “operazione nostalgia”, ma pesca dal passato per raccontare storie che ancora oggi possiedono un forte valore espressivo che gli Ulver riescono a cogliere e restituire con abilità all’audience contemporanea.

 

Voto recensore
8
Etichetta: Kscope

Anno: 2012

Tracklist:

01. Bracelets of Fingers (The Pretty Things)
02. Everybody’s Been Burned (Byrds)
03. The Trap (Bonniwell’s Music Machine)
04. In the Past (Chocolate Watchband)
05. Today (Jefferson Airplane)
06. Can You Travel in the Dark Alone (Gandalf)
07. I Had Too Much to Dream Last Night (Electric Prunes)
08. Street Song (13th Floor Elevators)
09. 66-5-4-3-2-1 (Troggs)
10. Dark is the Bark (Left Banke)
11. Magic Hollow (Beau Brummels)
12. Soon There Will Be Thunder (Common People)
13. Velvet Sunsets (Music Emporium)
14. Lament of the Astral Cowboy (Curt Boettcher)
15. I Can See the Light (Les Fleur De Lys)
16. Where is Yesterday (United States Of America)


Sito Web: http://www.myspace.com/ulver1

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