Ozzy Osbourne – Recensione: Chiedilo Al Dr. Ozzy: consigli dall’ultimo sopravvissuto del rock

Avvertenza: questo libro non deve essere considerato affidabile dal punto di vista medico.

Fatta la doverosa premessa, forse non tutti sapranno che Ozzy è stato chiamato a collaborare con due prestigiosissime riviste, il Sunday Times in Inghilterra, e Rolling Stones negli States, per tenere una rubrica con i lettori chiamata “Chiedilo Al Dr. Ozzy”. La fama ormai planetaria, merito anche del clamoroso successo riscosso con la sitcom Gli Osbourne, ha reso John Michael ‘Ozzy’ Osbourne un personaggio fuori da ogni immaginabile confine: veste i panni di musicista, attore ed anche da editorialista, il tutto con disarmante semplicità.
Noto per i suoi numerosi eccessi, di ogni tipo, è diventato un caso clinico da studiare e qualcuno si è chiesto chi, meglio di lui, potrebbe indossare il camice bianco, senza nessuna velleità sia ben chiaro, ricoprendo il ruolo di esperto in cure mediche e psichiatriche.

Ozzy non è certo il tipo di persona che possa rifiutare delle sfide. Non ci ha messo molto a calarsi (ehmm…) nei panni del medico di famiglia, dell’esperto tuttologo, rispondendo alle richieste più strampalate (ovviamente!) con moltissima ironia ed un po’ di follia, tipica del suo personaggio completamente fuori dagli schemi. Il libro si sviluppa attraverso oltre 300 pagine dense di humour, sarcasmo (spesso acidissimo) ed aneddoti divertentissimi.

Leggendo il libro traspare tutta la personalità di Ozzy, un uomo che non nasconde i propri valori verso la famiglia ma, soprattutto, un disincanto verso la vita invidiabile. “Chiedilo Al Dr. Ozzy” è un libro per tutti, zeppo di storie e trovate spassosissime degne di un saggio di satira.

Sperando di farvi cosa gradita, abbiamo colto l’occasione per coinvolgere degli amici di Metallus, musicisti e giornalisti della scena metal chiedendo, a ciascuno, una breve recensione su uno dei loro album preferiti di Ozzy Osbourne. Ringraziamo l’amico Simone Falovo degli Elektradrive, Thorsten Bauer dei Leaves’ Eyes, Jacopo Meille voce degli inossidabili Tygers Of Pan Tang, Giovanni Loria e Gianni Della Cioppa, due prime firme delle riviste Classix e Classix Metal, ed infine la simpatica Talita della Earache per averci messo a disposizione il suo tempo e, soprattutto, David Silver (Savage Messiah) e Jason Decay (Cauldron).
Ove risulta, abbiamo preferito lasciare le recensioni in lingua madre, vi risulteranno di facile comprensione: buona lettura.

Blizzard Of Ozz (1980)
Gianni Della Cioppa – giornalista musicale

Basta essere sinceri. Non c’era un solo giornalista o fan, che nell’inverno del 1979 avrebbe scommesso un centesimo su una carriera edificante del defenestrato Ozzy Osbourne, anzi molti al contrario avevano visto come un miracolo l’avvento di Ronnie James Dio nei Black Sabbath convinti che, finalmente, la band di Tony Iommi avrebbe avuto un vero cantante. Ed invece l’ex macellaio di Birmingham ha sbalordito tutti andando a scovare uno dei più grandi talenti che la chitarra rock abbia mai generato: Randy Rhoads.

Ed è su questo giovane funambolo della sei corde, che Ozzy edifica la sua fortuna, affidandogli la chiave compositiva dell’intero album. Randy scrive riff micidiali ed allestisce assoli pieni di quella verve innovativa che solo Eddie Van Halen aveva saputo offrire, qualche anno prima, al pubblico rock. E canzoni, che sono oramai leggendarie come “I Don’t Know”, “Crazy Train”, “Suicide Solution”, “Mr. Crowley”, “Steal Away”, e il tempo medio dell’epica “Revelation (Mother Earth)”, ne sono la testimonianza indelebile. La sezione ritmica (Bob Dailsey, basso e Lee Kerslake, batteria), è gloriosa, ma di passaggio, tanto che verrà sostituita nel successivo “Diary Of A Madman”. L’impianto dei Blizzard Of Ozz, così si chiama in questo primo album la band che accompagna il “madman”, è rodato e funziona talmente bene, che se ne giova persino la voce di Ozzy, capace di trovare le giuste sottolineature in una ballata, cosa inconsueta per lui, dolce e romantica come “Goodbye To Romance”. Un esordio che è un pezzo importante della storia dell’heavy metal.

Diary Of A Madman (1981)
Simone Falovo – Elektradrive

Dopo il successo di “Blizzard Of Ozz”, con cui il mondo intero viene a conoscenza di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi,  con l’uscita di “Diary Of A Madman” si consolida il mito del grandissimo chitarrista  virtuoso Randy Rhoads. Ai tempi (primi anni ’80) Randy assurge a vero e proprio guitar hero insieme a Eddie Van Halen, Michael Schenker e Gary Moore. Il vero guitar hero è colui che oltre ad avere un grande talento, stupisce anche l’orecchio e non è mai prevedibile, sia negli assoli che nel songwriting: e Randy lo era.
Agli albori di questo album, oltre a lasciarci splendide esecuzioni, ha elaborato con Grover Jackson la prima storica chitarra del marchio che porta il suo nome, divenuta un icona adottata in seguito da diversi chitarristi di band metal, ed il modello best seller di casa Jackson nei decenni a venire.

L’album si apre con “Over The Mountain”, ritmiche di chitarra serrate per un bel metal robusto, che sfocia in un solo che si divide in alcuni fenomenali stacchi; nello stile di Randy, si fondono perfettamente le due scuole di solismo chitarristico, quella più “dark” di stampo anglosassone, e quella più ariosa di stampo americano.
La successiva “Flying High Again” è una sintesi fra un rocker massiccio e pulsante, ed un … volo senza fine dove viene fuori la nuova vena dal songwriting di Ozzy, che strizza l’occhio all’hard rock americano regalandoci anche delle bellissime armonie vocali sui cori. Il riff staccato di chitarra nella strofa da letteralmente quell’effetto wall of sound potente e compatto, come ogni giovane chitarrista studiava e sognava di avere a quei tempi. La traccia, che si sviluppa in un chorus martellante, ha il suo culmine proprio nel solo, dove Randy si prodiga in una stupenda coda in tapping (reso celebre dal grande Eddie VH) e per me rimane uno dei più belli in assoluto della storia dell’hard heavy come struttura, scelta delle note ed eseuzione…

Si prosegue con  “You Can’t Kill Rock’n’Roll”, che si apre con un bellissimo arpeggio di chitarra acustica ed elettrica mixate, ed un atmosfera rarefatta e sognante, che danno un senso riflessivo sul titolo del brano. Il timing di Randy è ineccepibile in ogni brano ed il suo suono in questo secondo album è potente e “graffiante” allo stesso tempo. C’è da dire che la band  si completava con Rudy Sarzo al basso ed il grandissimo Tommy Aldridge alla batteria, quindi tutto questo rende “DOAM” uno dei più bei 20 dischi in assoluto della storia dell’hard/heavy eseguito impeccabilmente. Gli arrangiamenti ed il missaggio, quindi la produzione – che è in comproprietà fra Max Norman, Ozzy e Randy – sono perfetti.

“Believer” è un capolavoro mid-tempo heavy dark,  che inizia con un giro di basso dall’incedere ossessivo, uno dei pezzi forti del disco; il riff di chitarra non smentisce la grande tradizione dei Sabbath, ma è allo stesso tempo articolato, qui Ozzy si trova a suo agio, la sua interpretazione con voce malaticcia è at his best… il solo è grandioso, qualcuno e non ricordo chi, dice che ogni assolo è una piccola song nella song…ebbene Randy è stato uno dei chitarristi  virtuosi , che quando senti i suoi soli, capisci che sono un cesello e che sono stati perfettamente costruiti dalla prima all’ultima nota.

Dopo la divertente “Little Dolls” troviamo “Tonight”, la ballad tipica negli album di Ozzy; nella melodia vocale qui viene fuori la sua passione per le ballad dei Beatles, e dulcis in fundo un assolo monumentale  in coda al pezzo,  che è fra i più belli del disco: storico!  L’enorme differenza fra Randy ed i più tecnici shredder odierni, era che lui dava il suo meglio nei solo, con la sua abilità, per enfatizzare ed esaltare la bellezza della song, ora sembra che questi “trituratori” moderni lo facciano più  per esaltare la loro tecnica… questo per avvalorare la mia tesi che se un pezzo non è bello puoi metterci il più bel solo del mondo, ma risulta inutile.

Passando per “SATO”, che è uno dei pezzi più veloci del disco, riflette un mood un po’ dark space odissey,  dove l’apice si raggiunge con il solo di Randy, che si diverte con bellissimi licks e frasi blues in stile anni ’70,  si sente anche la sapienza nell’arrangiamento, sentendo la bellissima linea di basso di Sarzo.

Arriviamo al capolavoro dell’album; la title track è una vera e propria mini-suite, che si apre con una storica intro di chitarra acustica; già da queste prime note si riesce a comprendere come Randy avesse chiaramente in testa la costruzione e la struttura di un brano musicale  e la sua conoscenza della musica classica e, nella melodia principale della strofa, un’atmosfera mista fra dark, sadness e mistery perfetta per un album di Ozzy,  corredato  da un notevole arrangiamento di archi, che rendono questo pezzo magistralmente orchestrale: l’alternarsi delle parti in 3/4 ed in 4/4, come le grandi sinfonie della classica,  il solo è originalissimo  proprio nella scelta delle note,  fino ad arrivare al finale del pezzo dove il riff  di chitarra principale del brano viene doppiato da potenti cori in stile Carmina Burana. Che dire, un’opera d’arte in stile heavy rock!
Dopo 30 anni fa ancora venire i brividi dietro la schiena, anche perché per ironia della sorte è anche il brano di chiusura dell’album e suona veramente e tristemente come l’addio di Randy, il saluto a milioni di fan che l’hanno seguito ed ammirato: tutti sanno che è sfortunatamente scomparso in un incidente aereo,  a 26 anni, ma la sua sua musica rimane immortale.

Il grande virtuoso californiano, ha scolpito nella pietra la storia dell’hard rock e dell’heavy metal.

Talk Of The Devil (1982)
David Silver – Savage Messiah

I listened to this record a lot during my formative metal years (!) and I have a fond memory of blasting this record and then moments into “Symptom Of The Universe” getting a knock on the door from some Jehovahs witnesses, I was all too happy to open the door, but when I did they looked blankly at me and said “I don’t think you’ll be interested” and walked off. It’s a great collection of Sabbath classics, and Ozzy sings really well whilst backed by a band of utterly superb musicians, Tommy Aldridge being truly outstanding on this release playing slightly more controlled rhythms to Bill Ward. I’m not sure how long after the death of Randy Rhoads this gig took place, but Brad Gillis steps up and plays really well, it’s a shame this lineup didn’t stick for the next studio album because the chemistry was great!

Bark At The Moon (1983)
Jacopo Meille – Tygers Of Pan Tang

Ricordo ancora il giorno in cui ho comprato “Bark At The Moon”. Kerrang aveva dedicato la copertina e si era parlato così tanto delle ore di trucco a cui il nostro “eroe” si era sottoposto. Correva l’anno 1983: Ozzy aveva i capelli corti e per la prima volta, le canzoni portavano solo la sua firma (ma Bob Daisley anche questa a volta avrebbe qualcosa da ridire). Il disco uscì con una copertina diversa in America ed  Europa (nome e titolo del disco erano in blu nell’edizione europea e rosse in quella made in U.S.A.) ed anche la scaletta era diversa. In America “Slow Down” sostituiva “Spiders”, ma per fortuna il singolo apripista europeo conteneva quella canzone e anche “One Of The ‘B’ Side”. L’attenzione era tutta per lo sconosciuto Jake E. Lee: la sua prestazione sulla  title track spazzò via tutti i dubbi degli orfani di Randy Rhoads. Veloce, espressivo, personale e per nulla intimorito di succedere ad un nome così importante, Lee domina la scena anche quando le tastiere si fanno più ingombranti (“You’re No Different To Me” o “Waiting For Darkness”). “Rock’n’Roll Rebel” sembra fatta apposta per diventare un classico (che non sarà mai però) così come “Forever” (ribattezzata “Centre Of Eternity” nell’edizione americana) con Don Airey in bella evidenza alle tastiere. A distanza di 29 anni dalla sua uscita, pur non avendo la forza dei precedenti due magnifici album, rimane l’ultimo disco di Ozzy a reggere il passare degli anni: anche l’allora criticata “So Tired”, ascoltata adesso sembra molto più dignitosa di molte altre ballate che il nostro ha pubblicato negli anni successivi.

The Ultimate Sin (1986)
Jason Decay – Cauldron

This is one of the best Ozzy albums in my opinion and definitely one of the most underrated. I have probably cranked this album as much as the first three and definitely more than everything after it combined. This one seems to get buried in the wake of “Diary Of A Madmane” and “Bark At The Moon” and for whatever reason I don’t know. The song writing and musicianship is top notch here and it is really too bad this this Ozzy line up was so short lived. I’ve never seen Ozzy live and probably never will, but if I knew at least 3 tracks from this album or if the set looked anything like it did on this tour I would be there for sure!

Tribute (1987)
Giovanni Loria – giornalista musicale

Questo non è un disco come tutti gli altri. È una prova di grande rispetto e vera amicizia, quella che intercorreva fra due uomini così differenti tra loro; un blasonato cantante inglese, celebre per i suoi eccessi, ed un minuto, introverso musicista americano, così timido fuori dal palco, e così incredibilmente dotato con una chitarra fra le mani. ‘Il 19 marzo del 1982 è un giorno che vivrà per sempre nella mia memoria’: è lo stesso Ozzy a vergare di suo pugno queste parole, l’incipit di un accorato ricordo dell’amico sul retro della copertina. E che non fossero parole di circostanza era chiaro a tutti, e comprovato empiricamente dal fatto che cinque anni prima, quando la casa discografica aveva commissionato un doppio album dal vivo al Madman, Ozzy si era categoricamente rifiutato di far pubblicare in vinile i concerti della prima formazione dei Blizzard Of Ozz, quella illuminata dallo smisurato talento dell’ex ascia dei Quiet Riot. Troppo profonda la ferita, troppo fresca la memoria della sua prematura scomparsa. L’uomo che in troppi ricordano solo per quella volta che addentò un pipistrello (o era una colomba, chissà), per una volta smise la maschera del clown e mostrò quanto fosse profonda la sua sensibilità, impedendo che la Epic pubblicasse, su quel disco dal vivo dell’82, una sola nota suonata da Randy, o una sola canzone scritta assieme a lui. Ma adesso, metabolizzato il dolore, il momento era quello giusto. Il momento di ricordare ancora una volta al mondo quale fenomeno fosse quel biondino così mite, quali riff sapesse tirar fuori dalla sua sei corde, come magnifici conigli dal cilindro di un abile prestigiatore, e quali struggenti assolo sapesse interpretare per dare un ulteriore marcia in più a brani già quasi perfetti. “Crazy Train”, “Mr. Crowley”, “Flying High Again”… c’è la bibbia pagana dell’Heavy Metal dei primi anni 80 fra questi solchi; e neppure mancano, quasi a confrontarsi occhi negli occhi con il glorioso passato, vibranti versioni degl’immortali classici del Sabba Nero, quali ‘Iron Man’ o “Children Of The Grave”. Basterebbero i novanta minuti del doppio vinile originale per godere dell’inebriante cocktail creato da musicisti di così grande carisma e talento, ed essere certi di aver ben speso i propri soldi. Eppure, più grande ancora dell’arte creata da Ozzy e Randy, resta la storia di una grande amicizia, che soltanto una maledetta disgrazia ha potuto spezzare.

No Rest For The Wicked (1988)
Thorsten Bauer – Leaves’ Eyes

It was 1988 when the young german metal kid Thorsten Bauer heard “No Rest For The Wicked” for the first time. I had always been a fan of Randy Rhoads and dreamt about being guitarist for Ozzy Osbourne back then. But just hearing the first song of the album “Miracle Man” made me a big  follower of the new Ozzy guitarist Zakk Wylde. I never heard such a warm, soulfoul, but also agressive, screaming guitar sound, not just rhythmwise but also concerning the solos. Most guitarists tend to sound fiddly and nervekilling in solos, but not Zakk, I knew Ozzy just made the right choice about his new guitarist.

While the epic “Fire In The Sky” even reminded me a bit of the old Black Sabbath days, “Bloodbath In Paradise” had these great backward messages in the beginning that you gotta love Ozzy for. “Tattoed Dancer” and “Demon Alcohol” were my other personal favourites of that album. I sat down and tried to play along all these great songs with my own guitar, which was an ugly piece of shit back then, haha. I also liked the great videoclip for “Miracle man” in which Ozzy made fun of the stupid american TV preachers like Jimmy Bakker. Killer!!!

Later in 1989 i even got to see Ozzy and his Band live in germany, which was a blast. I can say “No Rest For The Wicked” is for me one of the most important albums of the 80ies, maybe not in terms of innovation, but it has just such a great sound, great songs and marked the rise of my guitar hero Zakk Wylde. You gotta have this album!!

Voto recensore
9
Etichetta: Arcana Edizioni

Anno: 2011


Sito Web: http://www.arcanaedizioni.com/

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