Castle – Recensione: Deal Thy Fate

Gli statunitensi Castle, inizialmente concepiti come un progetto solista del chitarrista/compositore canadese Mat Davis, prendono la fisionomia di una vera e propria band nel 2009, grazie all’ingresso della bassista/cantante Elizabeth “Liz” Blackwell e del batterista canadese Al McCartney. Il power trio dà alle stampe il disco d’esordio “In Witch Order” nel 2011, tramite l’etichetta tedesca Van Records; il platter, che viene nominato “album dell’anno” da Metal Hammer Norvegia, consente al combo di iniziare a costruirsi la propria nicchia nel panorama metal. La proposta musicale è una personale commistione tra heavy – doom, passaggi dal sapore thrash (soprattutto nei primi album), attitudine hard rock e feeling dei seventies; ciò che rende interessanti i Castle è la capacità di mixare queste componenti senza snaturarsi, mantenendo la propria identità musicale. La discografia dei Castle ha un buon livello qualitativo, nonostante il poco brillante “Welcome To The Graveyard”.
L’ultimo lavoro del gruppo statunitense, “Deal Thy Fate”, è prodotto da Billy Anderson (Cathedral, Sleep, Eyehategod, Neurosis), che collabora con la band già dal secondo album. Il platter è un ritorno alla freschezza degli esordi, che si era un po’ annacquata con il lavoro precedente: il power trio dà infatti prova di una certa maturità musicale grazie ad un sound compatto, spigoloso, saturo (merito anche del già citato Anderson), e ad una ritrovata vena compositiva che dona maggiore dinamicità ai brani.
La opening track, “Can’t Escape The Evil”, è un mid tempo maligno alla Candlemass, in cui riecheggiano passaggi in stile Slayer. Riff heavy – doom si fondono alla perfezione con la sezione ritmica, in un brano cadenzato e carico di groove. La canzone, a detta del chitarrista, aleggiava in forma di riff già dai primordi dei Castle, ma era stata lasciata “decantare” per diverso tempo. L’obiettivo di Davis era quello di completare il pezzo facendolo diventare, in seguito, il fondamento su cui costruire un album intero.

Skull In The Woods” è un up tempo selvaggio, intriso di riff catchy e di passaggi melodici dal sapore gothic. “Prelude”, come suggerisce il titolo stesso, è un brevissimo strumentale malinconico in cui basso e chitarra introducono il successivo “Hexenring”. Questo brano si compone di una struttura maggiormente articolata, in cui si alternano più momenti musicali: dopo un primo incedere tipicamente doom, seguono un rallentamento, un passaggio strumentale con echi Candlemass e un finale con una cavalcata in stile Maiden/Trouble, il tutto sugellato da atmosfere arcane create dalla chitarra e dal cantato ipnotico/spiritato della Blackwell. “Wait For Dark” è un altro mid tempo potente dal flavour epico e dal groove trascinante; il chorus e il refrain si insinuano in testa grazie ad una sempre ispirata prova vocale della frontwoman, a cui fanno da contraltare le backing vocal graffiate di Davis. La title-track e la successiva “Haunted” sono degli up tempo in stile rock ’80 (ma pur sempre riletti in chiave Castle), che non stridono e risultano ben incastonati nel mood dell’album. “Red Phantom” e “Firewind” riassumono le peculiarità di Blackwell e soci: la prima è un mid tempo granitico che pulsa heavy metal e doom in egual misura, mentre l’ultima è una sintesi di potenza, melodie accattivanti, riff doomeggianti, atmosfere rarefatte, feeling anni ’70 e un finale in stile primi Opeth, che sfuma in un turbinio di suoni stridenti e inquietanti.

Deal Thy Fate” è un lavoro per nulla scontato, un prodotto artistico che, già a partire dalla cover, insieme a un contenuto musicale di buon livello, offre un’opera godibile, risultato dell’originale personalità, della passione e dell’esperienza del power trio californiano.

Voto recensore
8
Etichetta: Ripple Music

Anno: 2018

Tracklist: 01. Can’t Escape The Evil 02. Skull In The Woods 03. Prelude 04. Hexenring 05. Wait For Dark 06. Deal Thy Fate 07. Haunted 08. Red Phantom 09. Firewind
Sito Web: https://www.facebook.com/CastleSF/

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