Carcass – Recensione: Swansong

Titolo profetico quello scelto dai Carcass per chiudere la loro prima parte di carriera, orfani di un Michael Amott e con nelle fila Carlo Regadas a sostituirlo (e che farà parte con Jeff Walker e Ken Owen del progetto Blackstar): “Swansong”, il canto del cigno. Un cigno nato come brutto e pericoloso anatroccolo, che gracchia in “Reek Of Putrefaction” e “Symphonies Of Sickness” e cambia il piumaggio per “Necroticism – Descanting The Insalubrious” per raggiungere il gotha con “Heartwork”, vera e propria pietra angolare del death: il death metal che qui c’è veramente poco, lasciando spazio a un death ‘n’ roll che si dipana per le dodici tracce del platter pubblicato da Earache Records.

L’iniziale “Keep On Rotting In The Free World” mostra subito che Bill Steer alla chitarra riesce a far integrare il nuovo arrivato, specie nelle parti soliste (compito tutt’altro che facile): la cavalcata iniziale e gli arpeggi melodici coadiuvati da un suono di basso che apre il passo alle timbriche successive delle sei corde, scatenate nuovamente durante gli assoli, caratterizzano “Tomorrow Belongs To Nobody”. Il mid tempo di “Black Star” si ricorda per i suoi riff discendenti e un certo gusto nella scomposizione ritmica e melodica che fa sgranare gli occhi a chi è abituato ai vecchi Carcass, procedendo poi con un refrain dal marcato retrogusto southern metal; l’inizio di “Cross My Heart” ricorda quasi l’apertura del precedente CD della band, proponendo assoli con dissonanze assortite che si aprono nel finale in una parte più canonica.

Una batteria semplice e potente accompagna il basso rombante di Jeff Walker, precedendo arpeggi di sei corde che risplendono di melodia, impensabili fino a pochi anni prima per il palmares del gruppo, diventando una cavalcata che supporta i solisti e diventa, con un brusco cambio di tempo, un’altra battaglia della coppia SteerRegadas in modalità epica conducendo verso un finale in cui sono nuovamente protagoniste col ringhio dietro al microfono prima di un’altra variazione di tempo ed atmosfera, più serrata, che chiude “Childs Play”.

“Room 101” trae in inganno partendo in un modo che potrebbe far pensare ad una canzonetta troppo leggera quando invece interviene un po’ di sana morbosità nei fraseggi, accompagnati dagli assoli acidi debitori di un certo grunge così come dei seventies, chiudendosi con addirittura una tastiera nel finale; “Polarized” crea un clima da predatore a caccia, riuscendo ad avere una parentesi strumentale malinconica in cui le chitarre dialogano ed un solo ispiratissimo. “Generation Hexed” è molto rockeggiante e precede “Firm Hand”, in cui Ken Owen dietro il suo drumkit torna a ruggire mentre gli strumenti a corda procedono sulla stessa linea di note in un brano dove compaiono addirittura alcune pennellate di acustica; “R**k The Vote” alza i bpm e si pone come una canzone che non sfigura di certo a distanza di più di venti anni dalla sua uscita, così come le conclusive “Don’t Believe A Word”, la più cattiva del lotto coi suoi rallentamenti suggestivi e sabbathiani, e la conclusiva “Go To Hell”, perfetto esempio di death ‘n’ roll che chiude “Swansong” col feedback.

Un CD al centro delle polemiche fin dalla sua uscita (de gustibus) ma di certo segno di una crescita compositiva e di un cambiamento nelle liriche (dalle autopsie degli esordi a testi “impegnati”) -guadagnata dai Carcass durante solo cinque album- immensa: i puristi non considerano questo album (magari gli stessi che citavano la band negli anni precedenti come esempio di non-musicisti e che ora li incensano) come degno di nota quando invece forse era di sicuro non un capolavoro ma in grado di essere avanti coi tempi.

Etichetta: Earache Records

Anno: 1996

Tracklist: 01. Keep On Rotting In The Free World 02. Tomorrow Belongs To Nobody 03. Black Star 04. Cross My Heart 05. Childs Play 06. Room 101 07. Polarized 08. Generation Hexed 09. Firm Hand 10. R**k The Vote 11. Don’t Believe A Word 12. Go To Hell
Sito Web: https://www.facebook.com/OfficialCarcass

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