Candlemass – Recensione: The Door To Doom

A sette anni di distanza dal precedente lavoro, i Candlemass ci presentano il loro dodicesimo disco intitolato “The Door To Doom”, la cui pubblicazione è avvenuta pochi giorni fa, il 22 febbraio, tramite Napalm Records. Il full length in questione si riveste di una valenza simbolica per una serie di ragioni: stando a quanto Edling stesso aveva dichiarato nel 2012, sembrava ormai scontato che i Candlemass non avrebbero realizzato nuova musica, cosa che, per fortuna, non è avvenuta. Inoltre, da segnalare l’inaspettata presenza al microfono di Johan Längqvist, che ritorna nella band dopo la bellezza di 32 anni. Vista la presenza di Leven nell’EP “House of Doom” e nelle fasi iniziali della registrazione del nuovo platter, nulla avrebbe fatto presagire ciò che il bassista della band annunciò nel settembre 2018, ovvero il ritorno del vocalist del debut album. Se a tutto questo sommiamo che tra il decennio ’90 e l’inizio del 2000 alcune vicissitudini avevano più volte minato l’esistenza della band (due scioglimenti, qualche album poco convincente, lineup non sempre stabile), si comprende come “The Door To Doom”, abbia generato grandi aspettative tra i fan.

Il nuovo disco, che già dall’artwork omaggia lo storico “Epicus Doomicus Metallicus”, sembra voler essere una dichiarazione d’intenti, una riscoperta delle radici della band e un ritorno all’essenza del sound dei Candlemass. Tutti questi elementi potrebbero far sorgere il timore di trovarsi fra le mani un disco “nostalgico”, ripetitivo e autoreferenziale. La qualità del lavoro fuga, tuttavia, qualsiasi dubbio: il platter non è né derivativo né autocelebrativo, ma rappresenta al meglio la sintesi tra il passato e il presente del quintetto svedese. Il guitarwork è monolitico, heavy, oscuro, melodico, catchy. Il songwriting è più ispirato che mai e mostra, nella struttura dei brani, che risultano più elaborati pur mantenendosi nella tradizione, quella maturità compositiva che è andata sviluppandosi già nei tre album precedenti. Dal canto suo, Längqvist, elemento che destava una certa perplessità in fatto di prestazioni ed espressività, ha svolto molto bene il suo mestiere, nonostante qualche piccola sbavatura: il risultato può essere considerato più che positivo, tenendo conto che il vocalist non cantava da un trentennio (e lo dico da fan sfegatato dell’ugola di Messiah Marcolin).

Splendor Demon Majesty” si presenta con una melodia strisciante e orrorifica che lascia subito spazio a un riff maligno, vagamente dissonante, che innesca un up-tempo in cui si fondono doom, heavy metal e momenti più epici e dal sapore prog. Evocativa la voce di Längqvist soprattutto nel ritornello. Di seguito, “Under the Ocean”, sembra spezzare la potenza appena risvegliata grazie a un arpeggio iniziale quasi psichedelico e a un cantato soft; lo stesso vocalist fa improvvisamente esplodere un riffing minaccioso e compatto che insieme a una sezione ritmica rocciosa crea una sorta di pandemonio. C’è anche spazio per un rallentamento e un passaggio più melodico. “Astorolus – The Great Octopus”, dall’intro ipnotico, è caratterizzata dall’incedere lento, pesante e da un riff oscuro, sulfureo, mastodontico, che ricorda i padrini del doom. Il brano, che vede la partecipazione di sua maestà Tony Iommi, è permeato da un’aura arcana impreziosita da una prestazione vocale fenomenale, che oserei definire da brividi. 

Bridge of the Blind” è una dark ballad, sorretta da melodie malinconiche di chitarre arpeggiate e dalla suadente espressività di Längqvist; in questo brano il vocalist ricorda Lande e Roy Khan. L’atmosfera sognante appena accennata scompare del tutto con la traccia successiva, “Death’s Wheel”, un mid-tempo blueseggiante dal riffing ruvido; la struttura del brano ha un sapore prog nei cambi di tempo (soprattutto nel ritornello) e le chitarre si destreggiano tra assoli e riff ammalianti, saturi di elettricità. “Black Trinity” riprende l’andamento musicale del pezzo precedente, con un piglio più oscuro e tipicamente doom. Un cambio di tempo, però, annuncia un intermezzo dalla ritmica tribale in cui sonorità lisergiche, al limite fra lo stoner e lo sludge, conferiscono al pezzo una sensazione straniante e allucinatoria che permane fino alla fine. Rintocchi di campana e pioggia scrosciante introducono “House of Doom”, up-tempo ritmato, ornato da melodie molto evocative; il finale, che riprende il suono della campana a morto, è una lenta e lugubre nenia in pieno stile doom: una marcia inesorabile verso la dannazione. La traccia, contenuta nell’ EP omonimo, era stata inizialmente incisa con Leven alla voce; in “The Door To Doom” viene interpretata da Längqvist. “The Omega Circle”, ultimo brano del disco, alterna momenti rock melodici ad altri più heavy-doom; il ritornello è una trascinante cavalcata epica dall’arioso gusto melodico. In questo gioco di sovrapposizioni la canzone volge al termine interrompendo inaspettatamente il suo fluire magmatico: emerge, nell’ultimo minuto, un altro riff (a tratti psichedelico) che scivola in fading.

The Door To Doom” è un album maturo, che combina magistralmente tutte le componenti (anche quelle più sperimentali) del sound dei cinque svedesi. “Il cerchio è chiuso” (cit.): i Candlemass sono tornati e hanno dimostrato di essere ancora in ottima forma. La classe non è acqua.

Voto recensore
8,5
Etichetta: Napalm Records

Anno: 2019

Tracklist: 1. Splendor Demon Majesty 2. Under The Ocean 3. Astorolus – the Great Octopus 4. Bridge Of The Blind 5. Death´s Wheel 6. Black Trinity 7. House Of Doom 8. The Omega Circle
Sito Web: http://www.candlemass.se/

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