Candlemass – Recensione: Ancient Dreams

Anno 1988, i Candlemass pubblicano “Ancient Dreams“, terzo full length della loro discografia. La band di Leif Edling, dopo il capolavoro “Nightfall” e il seminale “Epicus, Doomicus, Metallicus“, dà vita a un album di tutto rispetto, che mantiene alto il livello artistico del combo svedese.

Il platter, rifacendosi all’estetica e, in parte, alle tematiche del precedente disco, confeziona un doom metal epico dal riff-rama potente, venato da atmosfere sulfuree e da melodie oscure e malinconiche. Sublime la prova del vocalist Messiah Marcolin, la cui voce teatrale, plastica ed evocativa dona quel quid che rende i Candlemass unici nel loro genere. In “Ancient Dreams” emergono, tuttavia, dei nei che influenzano la resa finale, pur senza intaccare la bellezza intrinseca dell’album: una produzione troppo asettica non valorizza a dovere l’alto livello qualitativo del songwriting e la presenza di “Incarnation Of Evil“, song poco efficace, annacqua l’incisività del disco. Questa quarta traccia è il rifacimento di un pezzo dei Nemesis, band precedentemente fondata da Edling; Marcolin aveva insistito perché la cover di questo brano fosse inserita nella tracklist.

Mirror, Mirror“, dopo un intro di cori e doppia cassa, rallenta per ripartire come mid-tempo sostenuto, con un ritornello che entra subito in testa; i riff perfetti costruiscono un brano d’effetto molto coinvolgente, oscuro ed epico al tempo stesso. La successiva “A Cry From The Crypt” è satura di riff ora sabbathiani e claustrofobici ora rocciosi e caratterizzati da improvvisi cambi di tempo, puro doom metal alla Candlemass. “Darkness In Paradise” è un eccellente esempio della grande maestria di Leif Edling & Soci: la struttura del riff portante è sorretta da un mid-tempo scarno su cui troneggia la voce cantilenante di Marcolin; l’atmosfera è onirica e a tratti inquietante. Non si può restare indifferenti davanti alla trascinante epicità di “Bearer Of Pain” o all’incedere classicamente doom della titletrack. Il testo di “Ancient Dreams“, in stile dark fantasy, è ispirato alla copertina dell’album (un dipinto del pittore Thomas Cole intitolato “Youth“) e il cantato ipnotico e sognante del vocalist sembra trasportare l’ascoltatore verso un’altra dimensione. Un up-tempo compatto e oscuro caratterizza “The Bells Of Acheron“, il cui ritornello si stampa nella memoria; il brano è molto suggestivo ed efficace. “Epistle No.81” è una vera e propria elegia funebre; il testo è di Carl Michael Bellman, scrittore e compositore del diciottesimo secolo che Edling definisce “lo Shakespeare svedese”; il brano è rivisitato in stile Candlemass. L’album si chiude con un medley dei Black Sabbath, giusto tributo ai padri dell’heavy metal e del doom.

Ancient Dreams” è un disco che, nonostante qualche sbavatura, merita di essere annoverato tra i lavori di riferimento del genere e consolida il ruolo della band svedese quale esponente di punta del doom classico.