Burzum – Recensione: Filosofem

I tempi cambiano. E’ pensiero comune come il Varg Vikernes di oggi abbia in qualche modo ridotto sé stesso e i Burzum a una parodia di quell’ensemble fondamentale che furono, animando più la satira del web che il mondo musicale. Chi sia Varg Vikernes, cosa abbia fatto e quali siano le sue correnti ideologiche è ben noto, non è questa la sede per parlarne, a noi preme il compito di sottolineare come una delle figure più controverse del panorama estremo, abbia lasciato testimonianze artistiche di grande spessore prima di incanalare le proprie energie nello statico, innocuo ambient delle ultime uscite.

Tra ciò che la fervida mente del giovane Vikernes produsse negli anni novanta, un posto di rilievo spetta senza dubbio a “Filosofem”, per molti la sua opera migliore e un modo, se non nuovo, diverso di unire l’allora cacofonico black metal del Nord alla poesia delle derive epiche e a oscure melodie di ampio respiro. “Filosofem” riflette una visione personale di quella musica estrema in crescita esponenziale. Il disco uscì “postumo” nel 1996, tre anni dopo la sentenza di carcerazione, per l’etichetta britannica Misanthropy Records (che già pubblicò “Hvis Lysett Tar Oss” nel 1994, dopo essersi assicurata i diritti sul materiale di Vikernes).

“Filosofem” fu composto nella primavera del 1993, un periodo straordinariamente creativo per il Count Grishnackh, che purtroppo incanalò la sua vena artistica negli spiacevoli episodi di cronaca a noi nota, gli incendi delle stavkirke e l’assassinio di Euronymous. Musicalmente “Filosofem” era un gemma nera di malignità, uno dei primi ibridi, perché ci sembra giusto definirlo così, dove il black incontrava una musica elettronica d’essai. Il tutto in un contesto mantenuto minimale e lo-fi.

“Burzum”, meglio nota con il titolo in tedesco stampato sulla limited edition, ovvero “Dunkelheit”, incarna alla perfezione il concetto di oscurità nell’incedere ipnotico e ricorsivo del riff di chitarra portante, una pulsazione malefica ed alienante accompagnata dalla melodia epica dei synth corposi. Jesu Død e “Beholding The Daughters Of The Firmament” sono due mid-tempos dall’incedere fiero, dove l’accompagnamento dei synth esalta il flavour eroico dei pezzi, nonostante il ritmo dei brani sia assolutamente lineare e ripetitivo. Non c’è tecnica esecutiva, di certo Vikernes non ne è mai stato dotato e nemmeno interessato ad esserlo, ma l’impatto emozionale creato da quei pochi e precisi passaggi, è fortissimo.

Si cambia nettamente registro con le due parti di “Decrepitude”, dove la voce lacerante si unisce agli unici due strumenti utilizzati, ovvero la chitarra e gli immancabili synth, in un pandemonio sonoro di pura alienazione. La lunga suite “Rundtgåing Av Den Transcendentale Egenhetens Støtte”, nei suoi oltre venticinque minuti di durata resta l’episodio oggettivamente opinabile dell’album. Il pezzo, suonato soltanto con l’ausilio dei sintetizzatori, è senza dubbio affascinante ma altrettanto ripetitivo, finendo per smorzarsi nella sua lunghezza.

“Filosofem” resta comunque uno dei capitoli più rappresentativi dei Burzum nonché del black metal degli anni ’90, quando l’attitudine e l’esigenza espressiva avevano la meglio su ogni logica commerciale.

burzum-filosofem-cover

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Misanthropy Records

Anno: 1996

Tracklist: 01. Burzum 02. Jesu Død 03. Beholding The Daughters Of The Firmament 04. Decrepitude I 05. Rundtgåing Av Den Transcendentale Egenhetens Støtte 06. Decrepitude II
Sito Web: http://www.burzum.org/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. John Jeffrey

    C’è un errore: le chiese medievali norvegesi si chiamano Stavkirke (trad.: chiese di legno).

    Reply

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