Bullet For My Valentine – Recensione: Bullet For My Valentine

Bullet For My Valentine” marca un ritorno su più fronti per la band gallese. Un ritorno sulle scene, dopo poco più di tre anni dall’uscita di “Gravity” nel 2018, ma soprattutto un ritorno a un sound più classico per il quartetto. Veloce ed abrasivo, ma senza abbandonare la loro recente svolta melodica, il disco realizza perfettamente il concetto di “self-titled”, racchiudendo in quasi 50 minuti tutte le idee musicali con cui la band ha sperimentato in ormai 23 anni di carriera. Concetto che viene esplorato dalla opener “Parasite”, il cui primo minuto e mezzo è letteralmente un recap del catalogo dei Bullet fatto di sample estrapolati dai pezzi che, negli anni, hanno messo la band nella mappa del metal mondiale.

Estratti da “Tears Don’t Fall”, “Scream, Aim, Fire”, “Waking The Demon”, “Your Betrayal” e altri classici lanciano il vero e proprio inizio del disco, che si presenta con un riff davvero vecchia scuola danzante su un tappeto di blastbeat, seguiti dal classico beat thrash che i BFMV hanno sempre saputo usare a loro vantaggio. Nonostante il riffing sia indubbiamente stanco e già sentito, la scelta di mostrare i denti direttamente dal via mi ha stampato in faccia un sorriso da orecchio ad orecchio. Premessa: ammetto di non essere neanche riuscito a portare a termine un solo ascolto completo di “Gravity”. Non tanto per la svolta “pop” (per mancanza di un termine migliore), ma per il fatto che mi è sembrato da subito un lavoro poco ispirato e molto convenzionale, a tratti noioso. Questo self-titled mi ha dato un’impressione completamente opposta già nei primi due minuti di disco. Al posto di sviare il sound come nel progetto precedente, la band infatti sembra voler costruire su una base che già funzionava, e che potrebbe funzionare ancora se gestita nel modo corretto. “Parasite” continua con una ferocia che raramente è emersa dalla scrittura dei quattro, prestandosi anche ad un solo veramente di classe nel bridge. Giusto per ricordarci che nonostante le recenti uscite poco felici, Matt Tuck e Padge restano una delle coppie di chitarristi più rilevanti e competenti nel panorama del metal moderno. “Ok”, mi son detto, “Dopo una sfuriata del genere, di sicuro i Bullet si giocheranno la carta ‘pezzo accessibile’ come seconda traccia, storicamente una delle più importanti nella stesura di un disco”. Beh, mi sbagliavo. Di molto. Il secondo pezzo, “Knives”, è una di quelle canzoni prepotenti, con un ritornello bello cattivo ed un andazzo che riporta alla mente il metalcore che fu, in quella seconda metà degli anni 2000. A questo punto, sono ufficialmente catturato. Tuck e company fanno sul serio, e sembrano aver preso a cuore le critiche mosse da media e fan verso il loro progetto precedente. Il self-titled continua con “My Reverie”, la prima vera traccia melodica del disco, che si mimetizza benissimo all’interno dello stesso grazie al groove spezza collo presente nel riffing ed un comparto voci che non arrossisce se c’è da tirare fuori uno scream o due. In generale, le voci sono uno dei tasselli più deboli del disco a mio parere. Nonostante ciò ci si trova comunque davanti ad un miglioramento, ma nulla che sorpassi quello che è il ‘compitino’ da parte di Matt. Soprattutto per quanto riguarda le liriche, che a questo punto sono diventate fastidiosamente cliché. Molto apprezzata, però, l’ampia quantità di screams che pervade il progetto e che, oltre ad appesantirlo, lo rendono molto nostalgico! “No Happy Ever After” riporta il focus sulla pesantezza, aprendosi con un viaggio sul kit di Jason Bowld, che durante tutto il disco fornisce una spina dorsale di tutto rispetto con velocità e precisione, accompagnato al basso da Jaime Mathias ed il suo suono bello presente e spaccone. A chiudere il ‘lato A’ ci pensa “Can’t Escape The Waves”, forse uno dei pezzi più interessanti e riusciti dell’album, che azzecca in pieno l’atmosfera bersagliata. Sfortunatamente, il susseguente ‘lato B’ si perde in alcuni pezzi che avrebbero giovato di una sfoltitura, come la seguente “Bastards”, il singolo (comunque pregno di melodie azzeccate) “Rainbow Veins” o “Shatter”, che però vanta il mio riff preferito in tutto il disco. Classico, ma dannatamente efficace. La veloce ed abrasiva “Paralyzed” e la drammatica ma veramente riuscita closer “Death By A Thousand Cuts” calano il sipario su un disco che mi ha riacceso una piccola fiammella per quanto riguarda i Bullet For My Valentine.

Il quartetto gallese torna sui suoi passi con questo self-titled, e non posso che esserne più che felice. Lo fanno con una palese esperienza nel settore, forse un po’ di difetti evitabili, un comparto lirico esageratamente banale (come da tradizione per la band, almeno nell’ultimo decennio). Ma con un’ottima produzione ed una voglia palese di riprendersi i fan a cui le ultime uscite non avevano entusiasmato (“Venom” resta comunque un ottimo disco, e morirò su questa collina). Missione compiuta, per quanto mi riguarda! “Bullet For My Valentine” è la celebrazione della carriera di una band che, piaccia o meno, ha fatto la storia del metal moderno. E che può dare ancora molto, specialmente se questa è la direzione in cui si sta muovendo.

Etichetta: Spinefarm Records

Anno: 2021

Tracklist: 01. Parasite 02. Knives 03. My Reverie 04. No Happy Ever After 05. Can’t Escape The Waves 06. Bastards 07. Rainbow Veins 08. Shatter 09. Paralysed 10. Death By A Thousand Cuts
Sito Web: https://bulletformyvalentine.com

Matteo Pastori

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Nerd ventiduenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

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