Buckcherry – Recensione: Buckcherry

Ci sono album che ti fanno sobbalzare già dal primo momento in cui premi play e che ti entrano in circolo come una potente droga e danno assuefazione e altri che necessitano di più ascolti per essere assimilati e apprezzati, questo primo album omonimo dei Buckcherry rientra assolutamente nella prima categoria. Gli ex Slamhound capitanati dall’istrionico Josh Todd sfornano questo debutto nel 1999 e all’epoca gli addetti ai lavori lo avevano descritto come un’energica miscela di street rock che prendeva spunto dai maestri Ac/Dc, Guns N’ Roses e Black Crowes con un cantato che più volte faceva riferimento al grande Steven Tyler. Paragoni forse un po’ esagerati e altisonanti, ma ad onor del vero c’è da dire che il sound della band americana pur prendendo spunto da tutti questi grandissimi nomi sin dall’inizio è riuscita ad avere una propria identità personale che nel corso degli anni con i successivi lavori si è sempre più consolidata.

Resta il fatto che queste dodici composizioni anche al giorno d’oggi rimangono attuali e vincenti partendo dall’iniziale e terremotante “Lit up”, ormai un cavallo di battaglia del gruppo alla tagliente e diretta “Crushed”. E come non citare la selvaggia e irruenta “Dead Again”, un inno senza tempo, oppure la più malinconica e adulta “Check Your Head” o la trasgressiva “Dirty Mind”, un manifesto di quello che lo sleaze rock dovrebbe essere, pericoloso, intrigante e senza freni. Altro punto di forza è “Related” figlia illegittima dei migliori Dogs D’Amour e non da meno la suadente e più rilassata “Borderline” che ci fa vedere anche il lato più sornione e soft della band.

Va sottolineato che il gruppo all’epoca è riuscito a riportare alla ribalta un genere come quello street ormai da troppo tempo rimasto nelle retrovie a causa dell’enorme esplosione del grunge e lo ha fatto prendendo spunto dalla tradizione del rock più grezzo con virate anche nel punk, lasciando da parte spandex, lustrini e il glam degli anni ottanta, anzi alla cabina di produzione troviamo Steve Jones dei Sex Pistols e questo non è proprio un caso. A distanza di anni questo album omonimo non perde un briciolo di smalto e risulta ancora oggi fresco e al passo con i tempi. Forse quando i grandi nomi appenderanno la chitarra al chiodo i Buckcherry saranno lì a raccoglierne l’enorme eredità essendo uno dei pochi gruppi al giorno d’oggi che vivono e trasudano rock’n’roll da tutti  i pori rimanendo fedeli a se stessi. Un must!

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Etichetta: DreamWorks/Universal

Anno: 1999

Tracklist: 01. Lit Up 02. Crushed 03. Dead Again 04. Check Your Head 05. Dirty Mind 06. For The Movies 07. Lawless And Lulu 08. Related 09. Borderline 10. Get Back 11. Baby 12. Drink The Water
Sito Web: http://buckcherry.com/

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