Alice Cooper – Recensione: Brutal Planet

C’è chi oggi si propone come lo scioccante cantore del disagio interiore causato dal marciume della società moderna, autoinnalzandosi al ruolo di santone e di guida generazionale, e c’è invece chi l’Incubo lo narra da trent’anni a questa parte, costruendo la propria provocazione con un’intelligenza e una classe che non è proprio possibile riconoscere nei suoi pallidi imitatori. Alice è tornato, ha raccolto la sfida, e ha scelto di andare ad affrontare i vari Marylin Manson, Jonhatan Davis e compagnia sul loro stesso terreno… E ha vinto.

Brutal Planet’ è senz’ombra di dubbio un album destinato a far discutere: se avete scoperto Alice con l’hard rock ruffiano dei suoi anni ’80, e da lì non vi siete voluti più muovere, potreste avere dei seri problemi a digerire questo album così cupo, oppresso, teso. Scordatevi i ritornelli ultra-accattivanti alla ‘Hey Stoopid’ o ‘Poison’, qui vi ritroverete di fronte a un mood oscuro, sorretto da chitarroni pesantissimi cui si appoggiano loop allucinati, concepiti e orchestrati dal “sound designer” Sid Riggs sulla base delle canzoni ideate da Alice e dal fido Bob Marlette. Ma d’altronde è di un “pianeta brutale” che ci parla Alice, e non avrebbe alcun senso esprimere in altro modo quello che si prova a “girare su una palla d’odio”. E’ l’opener ‘Brutal Planet’ a mettere subito in chiaro come stanno le cose: Mr. Vincent Furnier dimostra, come già in passato (vi ricordate l’ottimo ‘The Last Temptation‘?), di saper metabolizzare la lezione degli artisti contemporanei, stravolgendola e rielaborandola nell’ottica della visione di Alice: il gioco fra il riff di chitarra cadenzato e aggressivo, le visioni elettroniche (comunque mai troppo invadenti), il cantato angelico dell’ospite Natalie Delaney e naturalmente l’interpretazione teatrale ed aggressiva del vocalist funziona benissimo, e ci precipita in una nuova versione dell’Incubo, forse meno folle, allucinata e geniale di quella di 25 anni fa, ma comunque assolutamente efficace e sconvolgente.

Il pezzo migliore del disco è la terza canzone, la veloce ‘Sanctuary‘, dotata di un riff spaccasassi e di un ritornello fenomenale nelle cui liriche finiranno per riconoscersi molti di noi. Su ‘Blow Me Away‘ viene citata ‘Black Widow’ (dal capolavoro ‘Welcome To My Nigtmare’), ma è soprattutto con l’ipnotica ‘Pick Up The Bones‘ e con l’inquietante ‘Pessi-Mystic‘ che Alice dimostra una volta di più tutta la sua grandezza: la seconda, in particolare, è un fenomenale mid-tempo che colpisce durissimo quando sfocia in un ossessivo urlo ripetuto “Shut Up! Shut Up!”. Divertentissimo il testo da “ordinaria follia” di ‘It’s The Little Things‘ (con tanto di ammiccamenti ai classici del passato), mentre desta un po’ di perplessità ‘Take It Like A Woman‘, un bel pezzo melodico che ha però l’evidente difetto di voler essere (a partire dal testo) una ‘Only Women Bleed Part 35’. Ma d’altronde si tratta dell’unica imperfezione (trascurabilissima, fra l’altro) di questo disco, imperfezione cui rimedia al volo la conclusiva ‘Cold Machines’, perfetto punto di incontro fra l’Alice Cooper degli eighties e le sonorità più cupe e tecnologiche che l’artista ha fatto sue per questo disco.

Brutal Planet‘… in tutta semplicità un album eccezionale, quasi sicuramente la migliore produzione della leggenda dello shock-rock dai tempi di ‘Welcome To My Nightmare’. Il maestro è tornato in cattedra, gli allievi tornino pure a studiare!

Voto recensore
8
Etichetta: Eagle Records/Edel

Anno: 2000

Tracklist:

Tracklist: Brutal Planet/Wicked Young Man/Sanctuary/Blow Me A Kiss/Eat Some More/Pick Up The Bones/Pessi-mystic/Gimme/It's The Little Things/Take It Like A Woman/Cold Machines


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