Bonfire – Recensione: Roots

A Marzo dello scorso anno concludevo la recensione di “Fistful Of Fire” notando che, ok, “nessuna rivoluzione (…) ma qui si avverte almeno la voglia di lasciarsi tentare dalla possibilità di evolvere” e mai parole furono più profetiche. Nonostante infatti la band tedesca non abbia avuto la possibilità di promuovere il disco, il desiderio di dare una forma più compiuta a questa spinta evolutiva si è materializzato nell’estate successiva con la realizzazione di “Roots”, raccolta di classici vecchi e nuovi ri-registrati e re-interpretati per dare loro nuova vita, ai quali si aggiungono cinque nuove tracce anch’esse realizzate grazie ad una campagna di crowdfunding. E pur senza scomodare il binomio da poltronificio “qualità & quantità”, di fronte ad un lavoro di ventiquattro tracce suddivise su quattro vinili è possibile che saranno in tanti a trarre una qualche forma di soddisfazione da questo ascolto. La formula “quasi acustica” scelta dalla band tedesca per il progetto funziona bene, e da subito: bastano le prime note di “Starin’ Eyes”, che vedono intrecciarsi batteria, rimandi ai Led Zeppelin e chitarre prevalentemente acustiche, per apprezzare la dimensione che Stahl e compagni hanno scelto di ritagliarsi. Una scelta che, soprattutto nel caso dei Bonfire, ha molto senso. 

Ascoltando “Roots” si ha l’impressione di ascoltare un gruppo che ha ritrovato una sua motivazione, applicando in modo esemplare la tecnica del pivoting: mantenendo un piede nelle proprie radici, ma ruotando completamente l’altro come fanno i giocatori della pallacanestro, il risultato ottenuto è un disco di classe acustica, che la sostanziale mancanza di contributi elettrici e distorsioni (se si esclude il trascurabile ritorno di fiamma nel finale dell’edizione su ciddì) non deve fare apparire semplice, né sommesso. Al contrario, in “Roots” ci sono ritmo e forte coesione (“American Nights”), attitudine brillante, dolcezza ed un indubbio saper suonare che – dopo aver dato un’occhiata a dove si mettono i piedi – guarda in una direzione giusta e sorprendentemente lontana. Le sue canzoni possono essere ora corali (“Give It A Try”) e trascinanti (“The Price Of Loving You”), ora più cupe e intimiste (“Who’s Foolin’ Who”), in ogni caso caratterizzate da una direzione chiara e da una piacevole pulizia: il disco suona insomma germanicamente opulento e minuziosamente ingegnerizzato (“Your Love Is Heaven To Me”) nonostante la dieta semi-acustica, con una buona varietà di suoni, duetti appassionati (“Love Don’t Lie”) e citazioni ammiccanti per anziani – ma ancora attaccati alla vita – ultraquarantenni che spaziano da Lynyrd Skynyrd ad Iron Maiden, passando per Judas Priest, Eric Clapton e Rolling Stones. C’è un divertimento sano nell’amalgama (“No More”), un fattore fondamentale per allontanare un prodotto come questo dal tentativo disperato/sgangherato che altri hanno fatto per rinnovarsi, travestendosi come a carnevale: i Bonfire approfittano del nuovo habitat per tracciare una riga presentandosi con uno spirito libero, sbarazzino e leggero (“The Devil Made Me Do It”), che sono poi le sensazioni inadulterate che arrivano all’ascoltatore dopo appena una manciata di ascolti. 

La lunghezza stessa dell’esecuzione è sinonimo di una distensione della quale ogni componente sembra aver beneficiato, finalmente riappropriandosi del suo tempo: Alexx Stahl, in particolare, ha il merito di accollarsi sulle spalle (e sulla voce) gran parte del carrozzone, contribuendo alla riuscita del quasi-tutto con un impegno che non conosce pause. Mai troppo graffiante e mai troppo pulito, Stahl possiede un senso della misura che, pur lasciandone in più occasioni trasparire le capacità (“Without You”), non lo porta mai a strafare, adottando un cantato di sobrietà rockeggiante che appare perfetto per un album con queste oneste caratteristiche da mediano: la sua prova conferma che la band rema in una sola direzione ed un risultato che possa dirsi almeno coerente è tanto conseguenza naturale quanto giusto premio. In virtù di queste considerazioni, e della bocca dolce dolce che “Roots” è capace di lasciare al termine del suo consistente viaggio, l’auspicio è che questo disco non rappresenti una semplice curiosità all’interno di una lunga discografia. La cura ed il gusto con i quali i suoi accostamenti sono stati realizzati lasciano sperare che gli intenti dalle parti di Ingolstadt siano altri e proiettati su una lunga distanza. Considerare “Roots” un ritorno nostalgico alle origini significherebbe ridurne la potenza artistica e frustrarne lo scopo, considerandolo una mera ripetizione: da questo disco i Bonfire possono invece partire alla scoperta di una luce nuova, con la forza che appartiene a chi – dopo aver pubblicato dischi per trent’anni – riesce ancora a mettersi in discussione senza smarrirsi.

Etichetta: AFM Records

Anno: 2021

Tracklist: CD1 01. Starin' Eyes CD1 02. American Nights CD1 03. Let Me Be Your Water CD1 04. The Price Of Loving You CD1 05. Comin´ Home CD1 06. Ready 4 Reaction CD1 07. Give It A Try CD1 08. Sleeping All Alone CD1 09. Who´s Foolin´ Who CD1 10. Why Is It Never Enough CD2 01. Fantasy CD2 02. When An Old Man Cries CD2 03. Love Don´t Lie CD2 04. Lonely Nights CD2 05. Under Blue Skies CD2 06. You Make Me Feel CD2 07. No More CD2 08. The Devil Made Me Do It CD2 09. Without You CD2 10. Your Love Is Heaven To Me CD2 11. Piece Of My Heart CD2 12. Youngbloods CD2 13. Our Hearts Don´t Feel The Same CD2 14. Wolfmen
Sito Web: bonfire.de

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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