Blut Aus Nord – Recensione: Deus Salutis Meae

Nel nuovo studio album “Deus Salutis Meae” (il dodicesimo) i Blut Aus Nord condensano in soli 33 minuti un’opera autoconclusiva. Questa volta i francesi non si dedicano a un capitolo di un percorso sonoro come il recente, terzo episodio di “Memoria Vetusta” o la trilogia di “777”, ma optano per un full-length a sè stante (cosa che non accadeva dal 2007 con “Odinist”), incentrato su una interpretazione mistico/filosofica della figura del demiurgo.

Vindsval e W.D. Feld decidono inoltre di recuperare il lato più oscuro del progetto. Smessa la ripresa del suono atmosferico di “Memoria Vetusta” e con un’aggressività ben maggiore rispetto anche al recente split “Codex Obscura Nomina”, “Deus Salutis Meae” riporta i transalpini nei territori di un mostruoso black metal d’avanguaria, un monolitico ibrido industriale freddo e sintetico che devasta la forma canzone.

Tutto questo, sia chiaro, è un bene nel momento in cui la band ribadisce un approccio unico alla materia musicale, un approccio che non vuole essere affatto facile e ancora una volta necessiterà di tempo per essere assimilato. Gli studi esoterici di Vindsval trovano in questo disco una valvola di sfogo potentissima, una severa, intransigente commistione di black metal quadrato e primitivo che va a mischiarsi a soluzioni fuorvianti e cacofoniche in quel modo diretto ed essenziale che ricorda i connazionali Deathspell Omega, unito a bordate sntetiche in chiave Godflesh.

Parlano da sà dei pezzi come “Chorea Macchabeorum”, che gioca la carta del mid tempo e del flavour epico picchiando con le chitarre dissonanti e synth ghiacciati, aggiungendo cori e vaghe soluzioni mediorientali. Ancora più strana, del tutto aritmica, “Impius” cambia intenzione a velocità repentina, stordendoci con i ronzii e i lamenti delle voci sovrapposte.

Altro highlight del disco, “Apostasis” pare farci tirare un attimo il fiato grazie a una melodia portante lievemente più gestibile all’udito, ma presto degenera in un attacco industriale a tutta velocità. Chiude la suggestiva “Métanoïa”, canzone dall’impianto cangiante e che ancora lascia confluire feeling completante diversi in un contesto cupo e dissonante.

Ritorno nero pece di una band che mai avrà paura di reinventarsi.