Blue Oyster Cult – Recensioni: The Symbol Remains

La cartella stampa singolarmente scarna approntata da Frontiers sembra fatta apposta per dirci che qui la sostanza sta altrove, perché le parole poco possono aggiungere ad una storia lunga più di cinquanta anni. E l’atteggiamento “a capofitto” col quale ci si vuole immergere tra le note di “The Symbol Remains” testimonia la freschezza e l’imprevedibilità delle quali Eric Bloom e compagni sono ancora alfieri. Bastano infatti pochi secondi di “That Was Me”, con il suo riff pesante e diretto, per rassicurare anche i più dubbiosi che i Blue Oyster Cult sono ancora sul pezzo, energici e convinti come non mai. A distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione di “Curse Of The Hidden Mirror”, autrice da sempre di uno stile unico e personale che fonde con intelligenza ed apparente naturalezza riff punk, intermezzi progressive e cori ammiccanti ed orecchiabili, la band di New York sembra aver azzeccato la mossa stilistica giusta già da quel 1967 che la vide venire alla luce: il mix di colori e territori mai abbandonato negli anni rimane infatti un potente marchio di fabbrica ed una citazione continua che, sfuggendo ad una catalogazione precisa, è tanto inafferabile quanto resistente alle mode ed agli umori, alle correnti ed alle eccessive sofisticazioni, suonando personale pur nella diversità delle contaminazioni. 

Tutto il disco trasmette una bella sensazione di luce ed energia: da “Box In My Head” a “Nightmare Epiphany”, “The Symbol Remains” riesce ad essere leggero – a tratti di quella sofficità intellettuale alla Matt Bianco – senza suonare scontato, esibendo un piglio genuino ed una positiva aura di speranza nonostante l’attualità dei temi trattati. In una scaletta generosa per minutaggio e numero di brani, non mancano gli episodi più maturi e contemplativi: “Tainted Blood” è un inno sofferto e corale, “Florida Man” ha i colori saturi di un Tarantino rilassato e “Secret Road” trasuda classe, di quella cristallina che non ha bisogno di artifici, da ogni singola e più delicata nota. Il filo blue che unisce il disco è quella sensazione di disinvolto controllo che parla ai sensi, ancor prima che al cervello dell’ascoltatore: “The Symbol Remains” entra così di diritto nel novero delle uscite che non è nemmeno necessario valutare, tanto la musica che contengono scorre fluida e sicura, al punto che ogni giudizio appare per essa del tutto ininfluente. Una specie di #metoo al contrario, insomma, perché ad un disco del genere non interessa né serve aggregare, riconoscere, somigliare a nessun altro. Una simile, omogenea autorevolezza non significa che ogni suo momento debba essere apprezzato con la stessa intensità. Se infatti l’immagine restituita dai Blue Oyster Cult appare più viva che mai, che quasi ti viene da pensare ad un patto sconsiderato alla Dorian Gray, alcuni dei suoi momenti spiccano per atmosfera, linfa o complessità: “Edge Of The World” possiede la grandiosità nostalgica ed un po’ amara di certi titoli di coda, le chitarre oscure ed i cori fieri & potenti di “Stand And Fight” non sfigurerebbero in un disco dei Manowar, l’assolo di “The Alchemist” sembra di averlo già sentito suonare dagli Iron Maiden, “The Machine” ha il tiro sfrontato e radiofonico di una band di ventenni (sentire come taglia il basso di Danny Miranda in “There’s A Crime” per credere), “Fight” è la classica chicca di fine playlist che ascolteresti un’ora di fila e “Train True” dimostra – tra le altre cose – che fondere efficacemente rock, prog stringato e bluegrass nella stessa canzone è difficile e probabilmente nemmeno necessario… ma pur sempre possibile quando curiosità di esplorare e capacità tecniche possono ancora contare su ampie riserve. 

All’interno di una discografia rarefatta ma che difficilmente ha conosciuto cali di qualità, un disco come “The Symbol Remains” rappresenta certo una gradevole conferma, ma non di quelle dovute, accademiche e noiosamente autoreferenziali. Per gli amanti della band americana, e del suo stile liquido, pionieristico e musicalmente scanzonato, questo album si pone come un ascolto camaleontico e consigliato, se non altro per la sua capacità di raccontare – divertendo – che arte e creatività sono tra le poche cose umane e terrene (?) fatte di una sostanza lucente, segreta ed impalpabile. Rara e preziosa perché in grado di trovare nel tempo un improbabile e potente alleato, al solo fine di contrastare con note e furbizia ammaliante gli effetti.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. That Was Me 02. Box In My Head 03. Tainted Blood 04. Nightmare Epiphany 05. Edge Of The World 06. The Machine 07. Train True (Lennie’s Song) 08. The Return Of St. Cecilia 09. Stand And Fight 10. Florida Man 11. The Alchemist 12. Secret Road 13. There’s A Crime 14. Fight
Sito Web: blueoystercult.com

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login