Blind Guardian – Recensione: Legacy of the Dark Lands

Se c’è una tendenza che accomuna la comunicazione moderna, come una sorta di minimo comune denominatore dell’informazione trasmessa, questa è lo storytelling. Sì, perché il dato nudo e crudo annoia nella sua misura spoglia e richiede tempo per essere elaborato, cultura per essere contestualizzato, olio di gomito mentale per diventare un prodotto socialmente appetibile per la curiosità instagrammabile e volubile nostra, e degli altri. L’attenzione è la vera moneta del ventunesimo secolo, si dice, ed il suo costo lievita perché in giro se ne trova sempre meno. E voi che leggete questa recensione siete tutti, quindi, un po’ speciali. Fare storytelling significa (provare a) valorizzare la notizia facendola diventare parte di un discorso più ampio, di una storia con inizio fine e morale, di un meccanismo di proiezione/aspirazione che ci regala un’illusione specchiata e con essa la consolazione di appartenere, condividere, incidere. In questo senso concept album ed elaborate trame sinfoniche rappresentano il tentativo di dare vita ad un prodotto che sappia comunicare su più piani, perché attorno all’informazione di base – la canzone – troviamo spesso elementi tipici del racconto come preludio ed epilogo, racconto di una trama, evocativi momenti strumentali, effetti sonori e profumati materiali di corredo (come un booklet ben fatto, per noi nostalgici della musica anche da accarezzare) che compongono un’esperienza profonda, sfaccettata e toccante: quel “Re-vo-lu-tion” urlato alla fine di Eyes Of A Stranger (Operation Mindcrime, Queensrÿche, 1988) mi sospende ogni volta in un momento di sublime e soffocante inquietudine.

Per i rocciosi Blind Guardian il racconto ha sempre fatto parte del progetto, vuoi per il rispetto di un certo tipo di “canone europower”, vuoi per una tendenza alla digressione fantasy che rende le contaminazioni letterarie bisognose di più ascolti per essere davvero comprese, risolte ed apprezzate. Legacy of the Dark Lands è tuttavia qualcosa di diverso ed inaspettato, non solo per la qualità densa del materiale che racchiude, quanto per la volontà di Andrè Olbrich e Hansi Kürsch di includere il disco a pieno titolo nella propria discografia. Creato insieme allo scrittore Markus Heitz e completamente privo di chitarre elettriche, l’album avrebbe costituito per altri un curioso side project (à la Lulu, 2011), un costoso divertissement (à la Lulu, 2011) o un’operazione dal significato arcano (à la Lulu, 2011), mentre a noi metallari-che-di-classica-insomma tocca l’onore di valutarlo come, a tutti gli effetti, l’ultimo disco del quartetto di Krefeld. Cominciamo allora col dire che questi sono sessantacinque minuti realmente sinfonici: laddove in ambito metal l’aggettivo è stato ormai maltrattato con diversi gradi di sadismo semantico (Orpelli tastieristici in modalità strings ne abbiamo? Ok, è sinfonico!), qui è la poliedrica Fil(m)armonica di Praga a condurre le danze con complicati intrecci, chiaro-scuri decadenti e cavalcate che nulla hanno da invidiare all’heavy come in tanti continueremo ad intenderlo. Non è un mistero, d’altronde, che per molti musicisti lo stesso Ludwig van Beethoven (1770-1827) rappresenti un autentico “heavy metal God”. E che le stesse colonne sonore di Robocop (Basil Poledouris, 1987), How To Train Your Dragon (John Powell, 2010) e God Of War (Bear McCreary, 2018), giusto per abbassare il tiro dei colti rimandi, riescano ad infiammare gli animi più di tanto e derivativo swedish death metal, o almeno del ricordo benevolo che ne custodiamo nel cuore.

Legacy of the Dark Lands si assume preferibilmente a volume sostenuto (le cuffie andranno benissimo se non riterrete di condividere la cavalcata con i vicini) per apprezzarne appieno le sue variazioni dinamiche, vera novità in un panorama produttivo (e culturale?) che tende a compressione ed appiattimento, che spaziano dall’intimismo sfociante di “Beyond The Wall” all’imponente verticalità di “The Great Ordeal” e “Harvester Of Souls”. La postura dell’ascoltatore sarà inizialmente rilassata, e con ogni probabilità caratterizzata da un atteggiamento di comprensibile, distaccata diffidenza. Tuttavia, l’osservazione statistica suggerisce che in corrispondenza di “In The Red Dwarf’s Tower” o “Point Of No Return” sarà possibile osservare manifestazioni di progressivo coinvolgimento, quali movimenti ritmici di dita, estremità inferiori e muscoli espressivi. Con il disco si instaura, a tutti gli effetti, una relazione spontanea ed immediata, perché le sue premesse deliziosamente dark (“1618 Ouverture”) ispirano fiducia e promettono struttura, avvalendosi di un linguaggio cinematografico universale e trascendente che parla al profondo, toccando le giuste corde. L’idea stessa che anche all’interno di un simile progetto possa individuarsi la presenza di uno o più singoli, di episodi che cioè non dipendono dall’intera impalcatura per trovare la propria ragion d’essere (“Treason”, “This Storm”) descrive una tracklist varia e contemporanea, nella quale l’adesione ad uno stile non ne acceca l’intuito, esaltandone al contrario la potenzialità creativa. L’impressione è quella che si tratti di materiale “buono in senso assoluto” indipendentemente dalla forma nella quale viene presentato, al quale il trattamento sinfonico conferisce una dimensione inedita, un sapore unico, una collocazione fuori dal nostro tempo e certamente lontana da logiche commerciali. “Sinfonia” non si riferisce in questo caso ad una stratificazione di archi e fiati fine a se stessa, ad una complessità declassata a riempitivo, ad un intrigo cervellotico impegnato a rincorrere le proprie trame: al contrario, “War Feeds War” e “Nephilim” presentano un’idea di ordine ed armonia che rende l’ascolto democratico ed accessibile, brillante ed agile senza scadere nell’angosciante urgenza dello speed, con la possibilità di soffermarci su una trama fantasy per la quale – lo suggerisce esplicitamente la band – potrebbero esserci ulteriori sviluppi in ambito teatrale così come sul grande schermo.

Ciò che impressiona favorevolmente di Legacy of the Dark Lands è la constatazione che, pur non trattandosi di un prodotto metal in senso stretto, esso restituisce uno spettacolo intenso, coeso ed a suo modo pirotecnico, avvalendosi di sonorità antiche per ricercare soluzioni moderne, avvolgenti ed a tratti di sorprendente luminosità (“Dark Cloud’s Rising”). Per questo motivo si tratta di un album in grado di mettere in discussione la stessa definizione di genere e che, invece che compiacersi del proprio eclettismo, arricchisce chi l’ascolta introducendolo ad un approccio differente e laterale, per regalare quel tipo di coinvolgimento “heavy” che noi lettori ci aspettiamo di veder declinato su queste pagine. E’ un percorso accidentato, talvolta leggermente scollato nel binomio voce/musica eppure circolare, un viaggio intrapreso in funzione del suo omerico ritorno, un esercizio stilistico sul quale la band ha lavorato per oltre vent’anni e nel quale la forma è anche – e fortunatamente – sostanza. Non si tratta, in fin dei conti, di stabilire se l’acquisto sia consigliato o meno: l’ascolto di queste ventiquattro tracce – che diventano sessantotto se opterete per la Mailorder edition – premierà la voglia di percorrere un cammino iniziatico e di minutaggio impegnativo, per pochi ma non per tutti, in grado di dimostrare con la potente coralità delle sue idee in quali e quanto cangianti forme un heavy-metal intelligente e duttile possa continuare a stuzzicarci, sedurci, e sopravviverci.

Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2019

Tracklist: 01. 1618 Ouverture 02. The Gathering 03. War Feeds War 04. Comets and Prophecies 05. Dark Cloud's Rising 06. The Ritual 07. In the Underworld 08. A Secret Society 09. The Great Ordeal 10. Bez 11. In the Red Dwarf's Tower 12. Into the Battle 13. Treason 14. Between the Realms 15. Point of No Return 16. The White Horseman 17. Nephilim 18. Trial and Coronation 19. Harvester of Souls 20. Conquest Is Over 21. This Storm 22. The Great Assault 23. Beyond the Wall 24. A New Beginning

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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