Bleed From Within – Recensione: Shrine

Sono passati solo cinque anni dalla rinascita dei Bleed From Within, quando nel 2018 fecero uscire “Era“, primo disco dopo Uprising (2013).
Da lì gli scozzesi non si sono fermati, proponendoci nel 2020 l’ottimo “Fracture” e oggi “Shrine“, album che conferma le intenzioni della band di rimanere tra le big del Metalcore.
Tre dischi in cinque anni sono una media notevole e sebbene spesso in questi casi la “fretta” non ripaga in termini di qualità, Scott Kennedy e soci sono riusciti a sfornare un buon lavoro, mantenendo uno standard più che soddisfacente.
La traccia d’apertura è il primo singolo che uscì 2021, “I Am Damnation“, un brano ben strutturato che con il suo groove martellante, ha il ruolo cardine di caricare l’ascoltatore in questo nuovo capitolo chiamato “Shrine“. La chiusura “tattica” del brano avente un coro che accompagna la melodia delle 6 corde (di primo impatto mi è tornato in mente l’intro di “Wild Eyes” dei Parkway Drive), si attacca alla mente come fanno quelle canzoni pop dalle quali spesso si vuole stare alla larga, sarà sicuramente efficace in sede live.

Le tracce proseguono a ritmo forsennato fino ad “Invisible Enemy“, che rallenta il ritmo dell’album. Da qui spetta a “Stand Down” e “Shapeshifter” rimettere in circolo una buona dose di adrenalina, che talvolta viene però spezzata da  ritornelli troppo mielosi. La chiusura del disco spetta a “Paradise“, non tra i migliori brani del full-lenght, ma abbastanza catchy da permettersi un ruolo cosi importante.
Bleed From Within giocano molto su riffs groovy e talvolta tecnici alternati a parti melodiche, ormai lo stampo della band britannica; Craig “Goonzi” Gowans non manca di deliziare l’ascoltatore con le sue idee creando ottime trame e all’occorrenza assoli taglienti.
Il sound definito e totalmente Modern-oriented delle chitarre si intreccia perfettamente alla sezione ritmica, capitanata da Ali Richardson che assicura solidità ai brani senza tralasciare idee ricercate che ne caratterizzano il playing. La performance del leader Scott Kennedy è eccellente, il cantante riesce a creare interessanti linee vocali, spingendole al massimo in ogni frangente del disco. Ottimo anche il lavoro svolto nei ritornelli dove spesso si trova a dividere la scena con il cantato pulito di Steven Jones.
L’album è d’impatto e sebbene qualche ritornello sia troppo stucchevole, l’ascolto rimane più che piacevole.

Non mancano breakdown trita ossa e riff da headbanding assicurato, il tutto condito con delle sottili e razionate linee orchestrali.
A fine ascolto i miei brani preferiti rimangono due dei singoli che già ci avevano anticipato l’uscita di “Shrine“: “Levitate” e “Flesh And Stone”, due brani ruggenti e carismatici che mi hanno tenuto incollato alle cuffie per diverso tempo.

Tirando le somme, i brani che si susseguono difficilmente si scostano da quello che si è sentito nei 4 singoli che hanno preceduto l’uscita dell album, se avete apprezzato quelli, vi gusterete appieno questo “santuario”, che sebbene non ridefinirà il genere, conferma il talento degli scozzesi nel creare musica di qualità.

Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2022

Tracklist: 01. I Am Damnation 02. Sovereign 03. Levitate 04. Flesh And Stone 05. Invisible Enemy 06. Skye 07. Stand Down 08. Death Defined 09. Shapeshifter 10. Temple Of Lunacy 11. Killing Time 12. Paradise
Sito Web: https://www.bleedfromwithin.com/

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