Opeth – Recensione: Blackwater Park

Benvenuti a Blackwater Park. Lasciatevi avvolgere dalla suadente oscurità, ascoltatene i sussurri demoniaci; osservate contorte figure agitarsi come ombre nella nebbia. Perdetevi nei recessi oscuri di questo luogo, e, vagando, potreste finire con lo scoprire che nasconde un’insospettata bellezza… Con il quinto capitolo della loro storia, gli Opeth arrivano a toccare vette inimmaginabili, scrivendo il disco più complesso e completo della loro discografia. Blackwater Park è un gioiello nero, lucente e perfettamente levigato, destinato a incastonarsi nella mente dell’ascoltatore abbastanza audace da avventurarsi nei suoi meandri, e a rimanervi incastrato per sempre. Le nuove composizioni sono quanto di più oscuro e progressivo creato dal quartetto svedese, tra armonie dissonanti, melodie malinconiche, spunti jazzistici e suggestioni folk; la voce di Mikael Akerfeldt è demoniaca come non mai nel growling, struggente e dolcissima nel cantato pulito. Blackwater Park è un disco che si gioca sul contrasto di chiaroscuri, capace di evocare atmosfere in bilico tra l’inquietante ed il romantico, trasportando l’ascoltatore in un altro luogo, una dimensione senza tempo, avvolta dalla nebbia, ed incrediblimente bella nel suo orrore. Sin dall’opener ‘The Leper Affinity’ si è in odore di capolavoro, catapultati nei fumi di zolfo e ipnotizzati dagli intrecci delle due chitarre, capaci di intessere armonie inedite e complesse; ‘Harvest’ è invece una canzone malinconica come poche, interamente affidata alle chitarre acustiche ed all’ugola evocativa di Mikael. ‘The Drapery Falls’ non fa altro che confermare l’altissima qualità e lo stupefacente alternarsi di atmosfere del disco, iniziando dolce e seducente, ma solo per portare subito dopo l’ascoltatore nel nero più cupo senza dargli nemmeno il tempo di rendersene conto. ‘Dirge For November’, introdotta da un arpeggio tristissimo, è addirittura epica nella sua bellezza; e la conclusione, affidata alla pur lunghissima title track, arriva anche troppo presto, lasciando il desiderio di immergersi nuovamente nell’ascolto. In conclusione, gli Opeth sono riusciti a dare alla luce (alle tenebre?) uno di quei rarissimi dischi che dicono tutto, perfetto nella sua eterogeneità, riuscendo a coinvolgere totalmente l’ascoltatore dall’inizio alla fine. Perdetevi gli Opeth e vi perdete il meglio. Benvenuti nella nebbia…

Voto recensore
9
Etichetta: Music For Nations / Audioglobe

Anno: 2002

Tracklist:

The Leper Affinity / Bleak / Harvest / The Drapery Falls / Dirge For November / The Funeral Portrait / Patterns In The Ivy / Blackwater Park


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