Black Tusk – Recensione: T.C.B.T.

Bisognerebbe portare rispetto ai Black Tusk anche per il solo fatto di esserci, nel 2018, nonostante la perdita di Jonathan Athon, carismatico bassista e membro fondatore. “T.C.B.T.” (acronimo di Taking Care of Black Tusk) è di fatto il primo ad essere registrato senza di lui (il precedente “Pillars of Ash” conteneva ancora registrazioni antecedenti alla sua morte), sostituito al basso dall’ex Kylesa Corey Barhorst. Premesso questo, va dato atto al trio di Savannah di aver evitato una mera riproposizione del suono caustico (e, sulla lunga distanza, esasperante, colpa/merito anche della mano pesante del produttore, il Toxic Holocaust Joe Grind) di “Pillars of Ash”, preferendo focalizzare l’attenzione sull’accento stoner blues del loro songwriting. Intendiamoci, la violenza hardcore è comunque presente, come testimoniano le linee vocali scortecciate che caratterizzano  tutte le canzoni, solo che questa volta le componenti del sound sono in sorprendente equilibrio tra loro. Ne è una prova l’iniziale (tralasciando il breve recitativo “A Perfect View of Absolutely Nothing“) “Closed Eye“, furia punk messa a macinar chilometri sulla “Green Machine” dei Kyuss, in cui il rincorrersi delle voci gioca un ruolo fondamentale, oppure “Lab Rat“, prima tambureggiante e desertica e poi ossessivamente feroce. I riferimenti allo Sludge, poi, non mancano: “Rest With The Dead“, suona come una versione anfetaminica dei Melvins agli esordi, mentre “Scalped“, apre addirittura con una strana (ma efficace) sequenza di accordi post-punk. Non tutto il disco funziona e la scrittura della band mostra la corda quando l’ispirazione cede il passo al puro mestiere (“Ill At Ease“, “Orange Red Dead“, o la conclusiva “Burn The Stars“), eppure  a volte basta un semplice riff indovinato (la stupefacente corsa a perdifiato di “Never Ending Daymare“) per cambiare le sorti di un pezzo. “T.C.B.T.” rappresenta quindi un passo importante per i Black Tusk, in cui finalmente tutte le influenze che li hanno caratterizzati sin dagli esordi (Sludge, Hardcore, Stoner) riescono a coesistere senza contrasti, riuscendo per la prima volta a creare un suono caratterizzante che potrebbe, tra non molto avere proseliti.

Voto recensore
7
Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2018

Tracklist: 01. A Perfect View of Absolutely Nothing 02. Closed Eye 03. Agali 04. Lab Rat 05. Scalped 06. Ghosts Roam 07. Ill At Ease 08. Rest With the Dead 09. Never Ending Daymare 10. Orange Red Dead 11. Whispers 12. Burn the Stars

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