Black Swan – Recensione: Shake The World

Il nome Black Swan segna il debutto di un nuovo supergruppo accasatosi presso Frontiers Records, ed una volta tanto elencare le band dalle quali ciascun membro proviene non assolve solo ad una funzione informativa, ma alimenta la curiosità verso un progetto che ha le potenzialità per conferire alla propria proposta sentori di Dokken, note di Foreigner, estratti (titolati) di Winger ed un pizzico – dosato con la classe innata e sexy di Salt Bae – di Mister Big. La partenza a bomba di Shake The World ci introduce alla scoperta di un album efficace e diretto, libero e liberato dall’ingombro del blasone, irrobustito dalle sonorità maschie (il basso è sempre in bella evidenza, cattivo e tagliente come una lama) e senza fronzoli. L’equilibrio azzeccato si rivela nelle influenze blues che rimangono tali, negli assoli di chitarra di stampo classico ma per nulla invecchiato, nelle digressioni interrotte appena prima che possano distrarre (“Immortal Souls”), nell’elettricità vagamente street delle sue chitarre (“The Rock That Rolled Away” è, chapeau, dinamite) e nei cori che aumentano esponenzialmente l’energia in circolo, invece che addomesticare vigliaccamente il tutto.

Shake The World, proprio come il suo titolo lascia intuire, è un disco leggermente sbilanciato a favore del suo approccio ritmico e dinamico, piuttosto che puramente melodico, di articolata bravura e per questo capace di attualizzare l’hard rock degli anni novanta – specialmente quello di disimpegnata matrice losangelina (“She’s On To Us”) – senza che il progetto puzzi di naftalina e suoni anacronistico, o artificioso, o spudoratamente reconstructdead (D-A-D, 1995). Questo debutto suona vivo, amabilmente incazzato e divertito dall’inizio alla fine, tecnico ed al tempo stesso verace, maturo eppur capace di conquistare con la sua fame di rock anche un pubblico totalmente disinteressato alle carriere, ai pedigree ed al gioco noioso delle citazioni: ciò che conta per davvero è una comunicazione musicale efficace perché immediata ed universale, saldamente ancorata al terreno comune dell’hard’n’heavy dal quale riesce a spiccare il volo con la densità dei suoi assoli, con un drumming ispirato e partecipe (“Long Road To Nowhere”) e con ritornelli non piacioni ma che in ogni caso non richiedono più di tre/quattro ascolti – molto dipende dall’apporto di fosforo – per fissarsi nella memoria.

Del bassista Jeff Pilson si legge che sia una persona energica, entusiasta, sempre sorridente e continuamente coinvolta in un qualche nuovo progetto artistico: a conti fatti, si direbbe che lui ed i compagni siano riusciti a tradurre in musica questa attitudine positiva curiosa e contagiosa, che trascende il dato anagrafico e permea con la propria voglia di vivere ed alzare il volume ogni brano in scaletta. Per quanto ogni episodio suoni accattivante e cantabile (“Sacred Place” ha il sapore malinconico dei titoli dei coda, “Make It There” è ballad rispettabile e portata a casa senza versare una sola goccia di sudore), a scuotere davvero il mondo di Shake The World sono la sua schiettezza e l’implacabile drive, quel senso di controllo ed allo stesso tempo di elastico abbandono che si traduce in una progressione tirata e mai stancante. Queste undici tracce croccantissime e sfacciate sembrano fatte apposta per ricordarci che, per quanto fare un hard rock vibrante e resistente agli affronti del tempo resti sempre un affare complicato, riconoscerne al primo ascolto le spiccate qualità viene naturale, e rimane facilissimo.

 

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Shake The World 02. Big Disaster 03. Johnny Came Marching 04. Immortal Souls 05. Make It There 06. She's On To Us 07. The Rock That Rolled Away 08. Long Road To Nowhere 09. Sacred Place 10. Unless We Change 11. Divided/United

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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