Black Moth – Recensione: Anatomical Venus

Gli inglesi Black Moth hanno guadagnato grandi consensi, grazie al fortunato (e promettente) “Condamned to Hope” ed alla protezione di Jim Sclavounus (Grinderman, Sonic Youth) produttore della band sin dagli esordi. Ora, a quattro anni dall’ultimo disco, la band di Leeds si presenta con un lavoro caratterizzato da un artwork ripugnante quanto basta a mantenere alta la curiosità morbosa per i suoi contenuti musicali.

Rispetto alle innumerevoli influenze citate in passato (tra gli altri, Black Sabbath, Arabrot, Stooges, Red Fang, L7, Pissed Jeans, Nick Cave and the Bad Seeds e persino Swans), “Anatomical Venus” decide di ridurre le opzioni stilistiche a disposizione, preferendo alla poliedricità un suono che, pur aperto a sfumature stilistiche, appare solido e diretto. La scelta, per quanto lodevole, non è esente da rischi, perché in questo caso solo un livello di scrittura elevato può evitare momenti di noia. Certo, se tutto l’album avesse la caratura dell’iniziale “Istra”, dove uno stupefacente inciso innodico e strofe morbidamente pop si rincorrono senza tregua, non ci sarebbero commenti da aggiungere. Peccato che già il successivo “Moonbow” sia semplicemente un numero hard-blues (non avrebbe sfigurato nel repertorio dei Temple of The Dog), ottimo, ma pur sempre derivativo.

Lo stesso problema si riscontra in “Sister of the stone”, che deve parecchio ai Red Fang, in “Severed grace”, dove è ancora il fantasma di Chris Cornell ad emergere prepotentemente lungo le linee vocali di Harriet Bevan, oppure in una “A lovers hate” dalle pesanti sfumature Black Sabbath. Le qualità della band emergono limpide proprio quando è la struttura del pezzo a non mostrare crepe, è ciò accade in nella “Screen queen” (che sfoggia un gran ritornello), nel divertente duetto occult-rock “Buried hoards“, oppure in “A thousand arrows“, dove stupende aperture chitarristiche perturbano il consueto fondale hard rock (cosa che non accade invece a “Tourmaline“, puro mestiere doom). “Pig man” chiude il lavoro, con un insolito declamato Rage Against The Machine nella strofa. Il pezzo potrebbe sembrare un azzardo sulla carta, ma una volta realizzata, questa versione riuscita degli Audioslave si rivela una piacevole sorpresa, in un disco comunque meno vivace e sorprendente delle premesse.

Voto recensore
6,5
Etichetta: Spinefarm Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Istra 02. Moonbow 03. Sisters Of The Stone 04 Buried Hoards 05. Severed Grace 06. A Lovers Hate 07. Screen Queen 08. Tourmaline 09. A Thousand Arrows 10. Pig Man

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