Black Eye – Recensione: Black Eye

Prendi un bravo cantante, mettigli a disposizione una band di bravi musicisti e fagli fare un bel discone solista o, se proprio non se la sente, almeno un progetto un pochino parallelo. Per quanto la formula possa suonare sterile e ritrita, due aggettivi che spesso – e purtroppo a ragione – non inducono all’ottimismo, questa è sempre più spesso la realtà con la quale il mercato globale della musica è costretto a misurarsi per portare a casa la pagnotta e far tornare i conti. Che poi, a guardarci bene, non c’è nulla di male: oggi le idee circolano velocemente ed unire i talenti è spesso, almeno nella mia visione ingenua e provinciale, tutta una questione di assegni ed un paio di mail. La storia di “Black Eye” potrebbe essere più o meno simile, come altri dei prodotti germogliati sotto il caldo sole di Frontiers: il grande nome in questione è quello di David Readman (frontman dei Pink Cream 69 e coinvolto in una miriade di altre avventure), il progetto è al suo debutto ed il genere – localizzabile più o meno dalle parti del power – è uno di quelli che nel tempo si sono dimostrati più congeniali a questo tipo di imprese. Ma c’è un ma, che nel caso dei Black Eye potrebbe scompigliare almeno un po’ le carte e restituirci uno spettacolo diverso: i nomi coinvolti non sono infatti i soliti noti e la combinazione che Serafino Perugino, presidente di Frontiers, ha assemblato è sicuramente interessante per le diverse esperienze che ciascun artista ha la possibilità di portare in dote. E così nei Black Eye ritroviamo, oltre allo stesso Readman, Aldo Lonobile (Secret Sphere, Archon Angel, Sweet Oblivion) e Luca Princiotta (DORO) alle chitarre, David Folchitto (ex- Fleshgod Apocalypse, Stormlord) alla batteria, Andrea Arcangeli (DGM) al basso ed infine l’inedita accoppiata di Antonio Agate (Secret Sphere, Timo Tolkki’s Avalon, Sweet Oblivion ft. Geoff Tate) e Mattia Gosetti (Agarthic) a prendersi cura degli arrangiamenti.

Una delle conseguenze più scontate di una line-up così esperta è un’immediata idea di compattezza, che travolge l’ascoltatore fin dalle prime note di “The Hurricane”: per quanto la traccia d’apertura non abbia il compito di far gridare al miracolo, complice anche la qualità davvero pessima dell’ascolto in streaming, l’impatto delle chitarre e della batteria è importante, con la voce di Readman a fare da ciliegina sulla torta con lo stile che i fan dei Pink Cream 69 conoscono ormai da tempo. E’ però nel giro di un paio di brani che le cose cominciano a farsi più stuzzicanti, perché le orchestrazioni di Agate e Gosetti non solo elevano il tasso tecnico delle composizioni (“Space Travel”) ma di fatto portano “Black Eye” a confrontarsi con l’affollato mercato del power con accenni sinfonici. In questo contesto, che in passato è stato abitato da Edguy, Bloodbound e Masterplan, questo debutto non sfigura affatto, forte di una mano sempre bella pesante (“Break The Chains”) ed il ricorso a formati leggermente meno prevedibili da quelli ai quali queste operazioni ci hanno spesso abituato. Il modo in cui i nostri reinterpretano la ballad infondendola di elementi heavy e sinfonici (“No Turning Back”) oppure nobilitano anche gli episodi più cantabili e musicali (“Darkest Night”, “When You’re Gone”) dimostra come alla base di questo progetto vi sia un’idea di musica capace di prendersi dei rischi, di perseguire una linea anche a costo di compromettere la linearità del risultato, di sviluppare un disco che evidentemente non possiede i requisiti per piacere a tutti ma può colpire nel segno quando la sua ambizione è compresa, risolta, condivisa.

Black Eye” spinge un po’ più a fondo, dimostra coraggio e le sue soluzioni hanno quella durezza ruspante e tipica dell’heavy che per un attimo non ti fa pensare ai contratti, agli affari ed alle band nate per durare una manciata di stagioni, come le fiction sui carabinieri e i poliziotti. Alcuni suoi momenti brillano per efficacia e buon gusto (“Midnight Sunset”), altri spiccano per incisività (“Under Enemy’s Fire”), altri ancora sono così power… ma così power da sembrare tedeschi (“Don’t Trust Anyone”) ma tutti rivelano in ogni caso personalità, piacere di fare musica, necessità di riempire il silenzio con una proposta che abbia significato, nervo e carattere. Nella sua corteccia più dura e nel suo incedere sicuro c’è lo spirito di un disco che alla fine finisce per vivere – e dignitosamente – di vita propria, per nulla dipendente dalle fortune di chi vi ha partecipato. E allora il successo sta tutto nel fatto che per una volta “Black Eye” (il prodotto) viene prima dei Black Eye (la band), e l’elenco dei componenti di questo promettente team B in seno a Frontiers diventa poco più di un dato anagrafico al cospetto dello spettacolo messo in scena.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. The Hurricane 02. Space Travel 03. Break The Chains 04. No Turning Back 05. Darkest Night 06. Midnight Sunset 07. Under Enemy's Fire 08. The Landing 09. Don't Trust Anyone 10. When You're Gone 11. Time Stand Still
Sito Web: facebook.com/BlackEyeReadman

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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