Beth Hart – Recensione: A Tribute To Led Zeppelin

C’era una volta Janis Joplin e oggi abbiamo con noi l’enorme talento di Beth Hart. La ragazza mantiene una voce ispirata e giovane ma è attiva musicalmente dal 1993, ha fatto uscire un sottovalutato capolavoro di (hard) rock’n roll come “Immortal” nel 1996 e poi si è diretta verso lidi sonori più melodici e addomesticati, perdendo forse un po’ di incisività. E’ stato l’incontro con il prolifico genio rock/blues di John Bonamassa a darle la seconda possibilità che era assolutamente meritata, e da quel momento Beth non si è più fermata grazie a collaborazioni con Slash e Jeff Beck ed una carriera solista solida e consolidata.

Il difficile periodo pandemico ha portato nella singer americana una rabbia interiore che infine ha deciso di sfogare in questo poderoso tributo alla leggenda Led Zeppelin. Un mistero a forma di sette note ed una manciata di canzoni/capolavori che si mostrano oggi come cinquant’anni fa, con una patina artistica che non è stata assolutamente scalfita dal tempo, ed anzi ha acquisito un valore ed un significato attualissimi e moderni. Se ne parlava oramai da qualche anno di questa malsana idea e per elevare un semplice “cover album” (ne escono tanti, forse troppi e senza nessuna valenza qualitativa) ad uscita significativa sono stati chiamati  tecnici e produttori come Doug McKean (Goo Goo Dolls, Adam Lambert), Rob Cavallo (Green Day, Linkin Park, My Chemical Romance) insieme agli arrangiamenti orchestrali di David Campbell (Muse, Beyoncé) ed un parterre di musicisti di comprovata esperienza: il chitarrista Tim Pierce (Bruce Springsteen, Tina Turner, Meat Loaf), il bassista Chris Chaney (Rob Zombie, Slash), le tastiere di Jamie Muhoberac (Bob Dylan, Rolling Stones) e le batterie di Dorian Crozier (Celine Dion, Miley Cyrus, Joe Cocker), e Matt Laug (Vasco Rossi, Alanis Morissette, Alice Cooper).

“A Tribute To Led Zeppelin” quindi non suona come un disco scontato e confezionato soltanto per “fare cassa” ma risulta ben pensato, suonato e realizzato, grazie ad arrangiamenti che riescono a suonare insieme sontuosi ma anche potenti, in cui la parte elettrica si armonizza alla perfezione con quella orchestrale, ed il tutto suona meravigliosamente vintage (come le ritmiche gli assoli di chitarra che sembrano usciti dal 1971) ma insieme e sfacciatamente attuale. La struttura delle canzoni non viene stravolta ma resa leggermente più sinfonica senza però risultare gratuitamente pomposa e vuota. Vengono rievocati grandi classici come “Whole Lotta Love”, “Black Dog” o la fiabesca e sognante “Stairway To Heaven”, ma non mancano piccole perle seminascoste a nome “The Crunge”, oppure la crepuscolare “The Rain Song”. Tutto sembra essere stato concepito per valorizzare la vocalità di una Beth Hart che sembra essere nata per cantare queste canzoni, al punto che spesso durante l’ascolto si dimentica quasi che non siano state scritte per lei. Un piccolo miracolo che non va spiegato ma soltanto ascoltato, magari rispolverando un vecchio giradischi, una volta ancora.

Etichetta: Provogue/Mascot Label Group

Anno: 2022

Tracklist: 1. Whole Lotta Love 2. Kashmir 3. Stairway To Heaven 4. The Crunge 5. Dancing Days / When The Levee Breaks (Medley) 6. Black Dog 7. No Quarter / Babe I’m Gonna Leave You (Medley) 8. Good Times Bad Times 9. The Rain Song
Sito Web: https://www.bethhart.com/

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

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