Behemoth – Recensione: I Loved You At Your Darkest

Che li amiate o che non li sopportiate, senza dubbio i Behemtoh sono una delle band più visibili dell’intera scena estrema. E non solo per motivazioni puramente musicali. La brillante personalità del leader Nergal, che ben poco ha di maligno e molto invece di istrionico o puramente glamour, è a dir poco catalizzante e in questo senso argutamente utilizzata come perno per la diffusione dell’immagine mediatica del gruppo. Fortunatamente a tutta questa sovra esposizione corrisponde da sempre una certa qualità artistica, magari lontana dal mettere tutti d’accordo, ma assolutamente innegabile.

A conferma di ciò questo nuovo “I Loved You At Your Darkest” è l’ennesimo lavoro ben costruito, pieno di rimandi alla tradizione del black metal, ma altrettanto intriso della personale visione che una band con tutta la storia dei Behemoth è capace di portarsi dietro.

L’introduzione, affidata al coro di voci bianche che si produce in una filastrocca che maledice la presenza del Dio degli Ebrei e dei Cristiani e promette “nessun perdono”, ha certamente un che di blasfemo, ma allo stesso tempo si rivela, come spesso accade per i Behemoth, un’accusa in chiave immanente alla condotta degli uomini che di questa idea sono i rappresentati in carne ed ossa (non una caso a dire quelle parole sono voci di bambini).

In qualche modo questo refrain, ripetuto alla fine di “God=Dog”, funziona ottimamente da collante per queste prime tracce che musicalmente spaziano dalla velocità furiosa e molto old school di “Wolves Ov Siberia”, agli arpeggi melodici che aprono la citata “God=Dog”, fino ai cori magniloquenti che senza dubbio risultano efficaci nel dare fruibilità alle canzoni.

In un certo senso questo nuovo album continua nella direzione aperta dal precedente “The Satanist”, ma ne porta compimento e ne mette meglio a fuoco l’intenzione melodica, riuscendo perfettamente in quell’intento sotto traccia di prendere gli elementi tradizionali del black metal e includerli in un contesto più orecchiabile e assimilabile.

Se questa era l’intenzione, canzoni come la ritmata “Ecclesia Diabolica Catholica”, apertissima sul coro e nell’assolo puramente classic metal, o la molto dark “Bartzabel”, e qui qualcosa rimanda ai vecchi Moonspell per struttura e melodia, colpiscono il centro pieno. Probabilmente gli amanti dell’underground non apprezzeranno l’idea, ma l’abilità con cui il risultato è stato raggiunto rimane degna di plauso.

Anche perché non si tratta di un episodio isolato; praticamente ogni canzone si compone di un qualche ingrediente che rimanda alla classicità del metal estremo, che siano i riff taglienti di “If Crucifixion Was Not Enough” o l’incedere epico estremamente Bathory/Primordial di “Havohej Pantocrator”, ma con un’attenzione alla perfezione dell’arrangiamento e alla resa melodica che in pochi nel settore sarebbero in grado di avvicinare.

Non per questo però la band rinuncia alla cattiveria e alla brutalità di certi passaggi (“Angelvus XIII” è una bella mazzata per esempio), solo riesce a costruirci intorno una proposta musicale a più ampio spettro, che probabilmente risulterà di maggior appeal anche per chi non è così addentro all’estremo più true. Che sia un’astuta mossa commerciale o l’irrefrenabile esigenza di un talento sopra la media non sta certo a me deciderlo. In ogni caso il risultato è perfettamente coerente con le premesse, visto che “I Loved You At Your Darkest” si ascolta e riascolta con piacere dall’inizio alla fine, senza stancarsi dopo pochi passaggi.

Voto recensore
8,5
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2018

Tracklist: 01. Solve (Intro) 02. Wolves Ov Siberia 03. God = Dog 04. Ecclesia Diabolica Catholica 05. Bartzabel 06. If Crucifixtion Was Not Enough 07. Angelvs XIII 08. Sabbath Mater 09. Havohej Pantocrator 10. ROM 5:8 11. We Are The Next 1000 Years 12. Coagula (Outro)

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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