Bathory – Recensione: Blood Fire Death

“Blood Fire Death”, quarto capitolo discografico dei Bathory del compianto Thomas Forsberg, meglio noto come Quorthon, è un disco nevralgico, vero punto di partenza per lo sviluppo del filone viking metal, forma espressiva tra le più epiche ed eroiche della musica dura. E pensare che i Bathory sono doppiamente pionieri, prima del movimento black, ancora espresso nelle sue vesti più cacofoniche e miasmatiche ed ora di quel suono freddo e guerresco che divenne una fondamentale fonte di influenza per le generazioni a venire.

Messo a confronto con i primi tre lavori, per alcuni aspetti comunque ripresi a livello di sonorità, “Blood Fire Death” è il ponte tra il passato legato alla rabbia e alle tematiche sataniste e l’imminente trilogia vichinga (che solo due anni più tardi inizierà con l’imponente “Heammerheart”). Non solo l’album da l’incipit al cambio di sound ma anche a testi che, pur ancora in parte blasfemi e adolescenziali, spostano il mirino dalle liturgie demoniache all’odinismo, dove l’avversione al cristianesimo è espressa attraverso il canto degli antichi dei pagani.

La copertina fa già scattare un campanello d’allarme e ci suggerisce che qualcosa è cambiato. Niente diavoli o simboli esoterici, ma il magnifico dipinto di una scena di caccia delle divinità norrene del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo. E la musica segue, possente come l’impetuosa cavalcata scelta come soggetto. L’approccio naif dell’allora ventiduenne Quorthon è ancora evidente, ma ricco di mistero e fascino come nessun altro. Il putrido miasma thrash/black sta maturando e anche molto bene. “Oden Ride Over Nordland” è una cupa e malinconica introduzione alla magnifica “A Fine Day To Die”, primo brano epico dei Bathory. Notiamo innanzitutto come il minutaggio del pezzo aumenti rispetto al passato e la tecnica, pur sempre essenziale, si sviluppi. Soluzioni ricorsive e spoglie di orpelli, ma melodie decisamente più curate poste a creare le giuste emozioni. Nondimeno il nostro abbozza un cantato pulito, quasi stonato, è vero, ma ficcante e perfetto compagno delle atmosfere glaciali della canzone.

Le urla belluine e la ferocia del black ante litteram tornano prepotenti nel trittico “The Golden Walls Of Heaven”, “Pace ‘Till Death” e “Holocaust”, tracce comunque più strutturate ma ancora memori della frenesia dei primi anni di vita del progetto. Il cadenzato “For All Those Who Died” ci riporta nei territori vichinghi, con un brano potente ed enfatico non scevro da costrutti in chiave thrash. “Dies Irae” è di nuovo un fuiroso assalto frontale, senza compromessi e violento, ma è nella lunga suite che da il titolo all’opera, che i “nuovi” Bathory danno il meglio. Un episodio che procede più lento ma devastante, stemperato dal ricorso sporadico a tastiere e voci femminili. Le chitarre macinano riff costanti e tessono una melodia che arriva sottopelle. Forse una delle testimonianze più belle, se non la più bella, del carattere epico del metal estremo.

Un disco che non si può definire soltanto di passaggio, ma un vero punto di riferimento nel tracciare i caratteri di un genere musicale. E quanto di buono è arrivato dopo, parte proprio da qui.

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Under One Flag

Anno: 1988

Tracklist:

01. Odens Ride Over Nordland

02. A Fine Day To Die

03. The Golden Walls Of Heaven

04. Pace 'Till Death

05. Holocaust

06. For All Those Who Died

07. Dies Irae

08. Blood Fire Death

09. Outro


Sito Web: https://myspace.com/bathoryofficial

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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