Angra – Recensione: Aurora Consurgens

I brasiliani Angra ritornano sul mercato discografico con ‘Aurora Consurgens‘, sesto full-length nella discografia dei carioca. Gli Angra ci avevano lasciato nel 2004 con lo splendido concept ‘Temple Of Shadows‘, un disco molto vario in cui la band aveva ritrovato tutta la sua magnificenza, in parte sacrificata ai tempi di ‘Rebirth‘. ‘Aurora Consurgens‘ conferma questo eccellente stato di salute, mostrandosi un album mediamente più aggressivo rispetto al suo predecessore, sebbene lo stile dei nostri sia riconoscibile dalla prima all’ultima nota.

Questa volta i brasiliani non propongono un concept; il disco riprende infatti il titolo di un’opera di San Tommaso D’Aquino a sua volta utilizzato dal pensiero di Jung, per un background lirico che descrive degli stati d’animo negativi quali la depressione, l’ansia, le tendenze suicide.

E’ sorprendente come un sound tanto caldo possa essere foriero di simili argomenti, ma questo in parte giustifica l’ispessimento del sound, decisamente rivolto all’heavy metal a tutto tondo ma sempre molto personale. In ‘Aurora Consurgens‘ confluiscono armoniosamente l’hard rock, il power melodico e il progressive, unito ai consueti arrangiamenti sinfonici e a parentesi folcloristiche.

Edu Falaschi riconferma l’ottima impressione con cui ci aveva lasciato due anni fa: un vocalist aggressivo dallo stile personale, un ottimo interprete che regala le emozioni migliori nei momenti più sostenuti dell’album, mostrando la volontà della band di volersi staccare del tutto da uno stile, quello di Matos, che rischiava di farla prigioniera entro schemi ben precisi. Un elogio anche al lavoro svolto alle chitarre da Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt, che non nascondono le proprie influenze pur mantenendo una solida base metal nelle esecuzioni, dividendosi in un melange di stili che richiama ora i Queen ora i Deep Purple, ora gli Iron Maiden ora la musica popolare.

Potremmo soffermarci su ogni episodio, poiché ciascuna song appare molto comunicativa e lascia qualcosa all’ascolto senza mai incappare in cali di tensione, ma dovendo estrarre gli highlight dell’album citiamo l’opener ‘The Curse Of Nature‘, un pezzo piuttosto orecchiabile (non a caso scelto come singolo) dall’inconfondibile incipit folk/sinfonico ed un esplosivo corpus hard rock e ancora ‘Breaking Ties‘, track sorprendentemente viva e dinamica (il calore della terra latina si sente più che mai) che fonde un power melodico lineare ma d’effetto e splendidi cori alla Queen.

La parte centrale dell’album è realmente da brividi grazie a ‘Window To Nowhere‘, un brano dalla forte impronta prog spezzato da magnifiche aperture melodiche acustico/sinfoniche e ancora l’intrigante rock etnico di ‘So Near So Far‘, che nei suoi ritmi tanto solari potrebbe imporsi come la ‘Carolina IV’ del 2006.

La band convince sia nei momenti più tipicamente metal, come nelle power track ‘The Voice Commanding You‘ e ‘Scream Your Heart Out‘, veloci e compatte ma sempre irrorate da un’abbondante dose di melodia, sia con le parentesi più riflessive, come nel caso della conclusiva ‘Abandoned Fate‘, una romantica ballad acustica che pone termine al nuovo, entusiasmante album dei brasiliani.

Voto recensore
8
Etichetta: SPV / Audioglobe

Anno: 2006

Tracklist:

01.The Course Of Nature
02.The Voice Commanding You
03.Ego Painted Grey
04.Breaking Ties
05.Salvation Suicide
06.Window To Nowhere
07.So Near So Far
08.Passing By
09.Screm Your Heart Out
10.Abandoned Fate


andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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