Atrocity – Recensione: Okkult II

Non c’è che dire, gli Atrocity fanno le cose con calma. Per farle bene? Insomma. Sono passati cinque anni da “Okkult” e i tedeschi tornano sul mercato discografico con il capitolo centrale dell’annunciata trilogia, naturalmente “Okkult II”. Altrettanto naturalmente, l’album prosegue nella direzione intrapresa dal suo predecessore, ovvero il ritorno a sonorità squisitamente estreme che, è inevitabile, portano ad un paragone con l’attività iniziale della band.

Si sa, Alex Krull e i suoi compagni di avventura le hanno provate un po’ tutte, dal death metal degli esordi per poi assumere connotati industrial-goth, passeggiando per i lidi del neofolk e della sperimentazione e infine tornare sui propri passi e chiudere il cerchio. Il problema è che se questo tipo di death metal violento ma altrettanto tecnico e ragionato poteva suscitare interesse negli anni ’90, oggi appare un po’ datato, considerando come “Okkult II” non possieda poi tutto questo slancio emotivo e le soluzioni utilizzate non presentino grosse novità.

Non ci sono differenze sensibili dal primo capitolo, ma questo presentava senza dubbio brani più ispirati, maggiori variazioni ritmiche e qualche puntata al di fuori dell’universo death. “Okkult II” è invece un album monolitico e veloce (basti ascoltare “Shadowtaker”, il brano scelto come singolo) in cui trionfa il growl cavernoso del mastermind e la chitarra di Thorsten Bauer è libera di creare muri di suoni e prodigarsi in assoli slayeriani. Non manca il contributo dei cori a creare alcuni momenti di atmosfera in un contesto che resta tuttavia oscuro e violento, per quanto qualche pomposa (in senso positivo) soluzione à la SepticFlesh / Rotting Christ, finisca per essere l’unica variabile degli intransigenti Atrocity odierni.

Ci sono episodi assolutamente rispettabili, ad esempio l’opener “Masters Of Darkness”, dotata di un buon refrain enfatizzato dall’intervento degli archi, i risvolti epici di “Menschenschlachthaus” e ancora la grandeur di “Infernal Sabbath”. Manca però la voglia di osare, il saper combinare con il giusto trasporto delle soluzioni sonore che hanno già detto tutto come ci si aspetterebbe da una band con tre decenni sulle spalle.

Per la cronaca, poco aggiunge e nulla toglie la presenza dei cammei vocali di Marc Grewe (Morgoth) e L.G. Petrov (Entombed). “Okkult II” è dunque il classico compito ben svolto ma senza sorprese, con quella dignitosa manciata di brani che farà la sua figura dal vivo. Come si dice? For fans only.

Voto recensore
6
Etichetta: Massacre Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Masters Of Darkness 02. Shadowtaker 03. Bloodshed And Triumph 04. Spell Of Blood 05. Menschenschlachthaus 06. Gates To Oblivion (feat. Marc Grewe) 07. Infernal Sabbath 08. All Men Must Die 09. Phantom Ghost 10. Devil’s Covenant (feat. L.G. Petrov)
Sito Web: http://www.atrocity.de/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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