Atlas Pain – Recensione: Tales Of A Pathfinder

Gli Atlas Pain, band meneghina con all’attivo il debut album “What The Oak Left”, uscito nel 2017, ritorna sulle scene con un nuovo full length intitolato “Tales Of A Pathfinder”, in uscita a breve per Scarlet Records (stessa etichetta che ha licenziato il primo lavoro). La proposta sonora della formazione nostrana è un ibrido che mescola power metal, folk metal, melodic death metal e arrangiamenti sinfonici maestosi dal respiro hollywoodiano. Il platter in questione è un concept: una favola steampunk che narra l’epico viaggio intorno al mondo di un esploratore alla scoperta di terre sconosciute, di popoli e culture nascoste.

L’opener “The Coldest Year” è un’intro che ci proietta in un freak show della Londra di fine Ottocento (1899, per l’esattezza); qui viene annunciato l’inizio di un viaggio straordinario e fuori dal comune. Una voce narrante, il presentatore dello show, intrattiene gli astanti, mentre, in sottofondo e in crescendo, si inserisce uno strumentale di chiaro stampo “hollywood metal”. L’idea del concept, l’incipit dell’album, l’ambientazione steampunk creano nell’ascoltatore l’aspettativa di un lavoro grandioso; il potenziale della trovata che dà vita a questo platter fa presagire originali soluzioni che portino lo stile folk a declinazioni varie e innovative. Purtroppo, l’esperimento, nel suo complesso, risulta solo in parte riuscito.Non si può negare che alcune parti strumentali siano veramente ben fatte, coinvolgenti, “cinematiche”, capaci di traghettare l’ascoltatore dentro un’avventura fantastica (è evidente anche una certa assonanza con l’esperienza solista di Luca Turilli); emerge, tuttavia, una stridente incongruenza, soprattutto tra i temi e quel sound che gli Atlas Pain propongono come “folk metal”. Le canzoni risentono ancora in maniera evidente delle influenze musicali che avevano caratterizzato il primo lavoro della band: Ensiferum, Turisas, Equilibrium (in alcuni frangenti anche Children Of Bodom, in particolar modo nella voce). È lampante che la connotazione “folk metal” risulti fin troppo canonica e derivativa, chiusa nella riproposizione di un certo tipo di sonorità (ad esempio le melodie di tastiera) legate, appunto, alla tradizione popolare del Nord Europa, che non valorizzano nel migliore dei modi i contenuti immaginifici e geograficamente variegati dei testi.

Hagakure’s Way”, ad esempio, basato su un’opera letteraria giapponese che tramanda l’antica saggezza dei samurai, è un mid-tempo sorretto da un riff catchy, con passaggi di tastiera ariosi; nulla, tuttavia, richiama la tradizione musicale legata ai luoghi descritti. Stessa cosa dicasi per “Baba Yaga” (creatura del mito slavo e russo), “Kia Kaha” (espressione maori) o “Shahrazād” (la fanciulla protagonista delle celeberrima raccolta Le mille e una notte). Fra le tracce che riescono meglio nel connubio musica/testo vi è “Ódauðlegur”, brano dall’incedere battagliero, arricchito da cori epici e dal flavour “nordico” e in parte, giusto nei primi minuti, “Kia Kaha”. Anche “Homeland”, brano lunghissimo, variegato e con degli spunti musicali interessanti, non riesce a correggere il tiro. Il disco si chiude con “The First Sight of a Blind Man”, uno strumentale pianistico dolce, nostalgico, velato di una certa malinconia. Probabilmente uno dei pezzi migliori del lotto.

Tales Of A Pathfinder” è un disco opaco, che sembra non voler rischiare l’esplorazione di nuovi orizzonti sonori. Spesso troppo ripetitivo nella struttura dei brani, l’album pecca di personalità e non riesce a sfruttare in maniera compiuta e matura le possibilità espressive offerte dal concept.

Voto recensore
5,5
Etichetta: Scarlet Records

Anno: 2019

Tracklist: 1. The Coldest Year 2. The Moving Empire 3. Hagakure's Way 4. Ódauðlegur 5. The Great Run 6. Kia Kaha 7. Baba Jaga 8. Shahrazād 9. Homeland 10. The First Sight of a Blind Man
Sito Web: https://www.atlaspain.it/

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