Arkona – Recensione: Khram

Il nuovo album degli Arkona, intitolato “Khram”, è una vera sorpresa; si tratta forse del lavoro più intimista, estremo, violento, cupo e “difficile” di Masha (singer e leader assoluta della band) tanto che la bio del gruppo precisa come la prima stesura dei testi del nuovo lavoro sia stata realizzata con il sangue della stessa cantante.

L’artwork in bianco e nero rappresenta un intreccio complesso di allegorie e simboli legati alla mitologia slava, quasi a formare un particolare tempio (che è poi il significato di “Khram” tradotto).

Ci si rende conto del fatto che questo album è diverso dai precedenti fin dall’intro “Mantra”, dominato da una sorta di sinistra invocazione recitata da Masha che progredisce con l’utilizzo di percussioni, un cupo scacciapensieri ed un coro altrettanto evocativo.

Quest’introduzione “nera” ci porta a “Shtorm” (tempesta) uno dei brani più semplici del lotto, che mette in azione tutta la perizia tecnica del chitarrista Lazar, del batterista Andrej, ma anche di Vladimir e Masha alla prese con numerosi strumenti della tradizione russa che si intrecciano creando un’efficace impatto.

Subito con il pezzo successivo, “Tseluya zhizn’”, ci imbattiamo nella prima suite oscura del CD, caratterizzata da ben 17 minuti e rotti di un black/pagan/viking in cui domina la sessione ritmica guidata dal basso prepotente di Ruslan; l’atmosfera si fa spesso opprimente, grazie all’approccio estremo della linea vocale della singer; è proprio Masha a rovesciare gli schemi quando inserisce, come brevi sguarci di luce, momenti melodici con voce pulita e cori stentorei. Sorpresa autentica la si prova quando a metà brano si apre una sezione in cui interviene un coro infantile.

A seguire abbiamo un’altra song lunga, “Rebionok bez imeni” (un bambino senza nome), e di nuovo è il basso di Ruslan a dettar legge e creando l’ossatura della struttura musicale opprimente e opaca di quest’altra cupa e cadenzata song. Ben presto si fanno strada ed emergono diversi strumenti a fiato e della tradizione folk, ben sostenuti dal terremotante drumming di Andrej. Nella seconda parte il pezzo acquisisce velocità quasi thrash/speed senza mollare le radici pagan.

Si cambia in parte registro con “V pogonie za beloj ten’yu” (alla ricerca dell’ombra bianca) che viene introdotta da un pianoforte alquanto sinistro su cui a poco a poco si innestano schitarrate disturbanti che porteranno il brano all’esplosione black metal successiva in cui tutti gli strumenti vengono sparati al massimo. A questo punto un tocco di melodia mantiene la particolare anima della composizione ed il pianoforte ritorna nel finale.

Citiamo infine “V ladonyah bogov” in cui gli strumenti folk si uniscono agli strumenti elettrici completamente fino a diventarne parte integrante e lo stacco sperimentale centrale è un vero e proprio colpo di sorpresa che coglie impreparati e ci sbilancia.

Come si può facilmente dedurre da quanto prospettato “Khram” non è un lavoro semplice; il primo ascolto vi destabilizzerà e se siete legati alle release più melodiche dei nostri potrebbe anche urtarvi; comunque non desistete e continuate ad ascoltarlo, le sorprese positive e le scoperte non mancheranno.

Voto recensore
7
Etichetta: Napalm Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Mantra (Intro) 02. Shtorm 03. Tseluya zhizn’ 04. Rebionok bez imeni 05. Khram 06. V pogonie za beloj ten’yu 07. V ladonyah bogov 08. Volchitsa 09. Mantra (Outro)
Sito Web: http://www.arkona-russia.com/

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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