Anvil – Recensione: Pounding The Pavement

Definire gli Anvil come una band resiliente è ormai quasi scontato. I nostri sono stati dati per finiti mille volte, ma a conti fatti, dopo quasi quarant’anni di carriera, se pur tra alti e bassi, si può tranquillamente annoverare Lips e Reiner tra i grandi del genere senza paura di essere smentiti. Certo, un nuovo album della band non sarà mai fonte di eccitazione incontenibile (ma quante band storiche hanno ancora oggi questa capacità?), allo stesso tempo però, per chi li ha seguiti sempre con passione, non c’è mai da restare delusi.

Pounding The Pavement” comincia con “Bitch In The Box” (definizione inventata pare dalla signora Kudlow), classico e roccioso mid tempo ironicamente dedicato alla suadente vocina del navigatore che più di una volta riesce a complicare in modo impressionante tragitti da linea retta. Non meno carica della solita tagliente liricità è la speed “Ego”, classico brano veloce e trascinante che vede sugli scudi un sempre efficacissimo Robb Reiner, mentre “Doing What I Want” suona esattamente come un manifesto, fin dal titolo totalmente autoreferenziale.

Passando da un brano all’altro non è difficile riconoscere tutti i trademark di una formazione che non cerca nulla di particolarmente sorprendente, ma che riesce bene o male a mantenere uno standard piacevole. Ottima è ad esempio anche a questo giro l’incisione, figlia di una session ancora una volta effettuata in uno studio in Germania e ben calibrata per rendere al meglio. Ne guadagnano certo sia i brani più cadenzati, come la corposa “Smash Your Face”, sia quelli più veloci come “Black Smoke”.

Non mancano un paio di buoni esempi di puro rock portato alla maniera degli Anvil, come ad esempio “Rock That Shit”, canzone che rimanda direttamente ad un album come lo storico “Hard ‘n’ Heavy”. Un po’ diversa dal solito e anche più seria nella tematica è invece “Nanook Of The North”, che prende spunto per il titolo da uno storico documentario realizzato nel 1922, caratterizzata da un coro epico e dedicata alle popolazioni Inuit. Da ricordare anche una canzone come “World Of Tomorrow”, ma più che altro per l’omaggio evidente ai Black Sabbath nel riff.

Che dire, siamo di fronte all’ennesimo disco degli Anvil che bene o male presenta le stesse coordinate stilistiche e gli stessi ingredienti di sempre che però come qualità complessiva del songwriting è un gradino sopra al precedente “Anvil is Anvil”. Può bastare così.

Voto recensore
7
Etichetta: Steamhammer

Anno: 2018

Tracklist: 01. Bitch in the Box 02. Ego 03. Doing What I Want 04. Smash Your Face 05. Pounding the Pavement 06. Rock That Shit 07. Let it Go 08. Nanook of the North 09. Black Smoke 10. World of Tomorrow 11. Warming Up 12. Don't Tell Me (bonus track)

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. Massimiliano

    Il disco sarà anche poco entusiasmante….ma dal vivo sono straordinari!!!

    Reply

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