I Tourniquet sono una di quelle band che pur non avendo mai trovato il bandolo della matassa del mercato discografico ha comunque saputo creare opere in grado di suscitare ammirazione e rispetto. Non è un caso che in questi nuovo lavoro facciano la loro comparsata artisti di scuola eterogenea come Pat Travers, Karl Sanders, Marty Friedman, Bruce Franklin e Santiago Dobles. Si tratta di un termometro evidente di come la fama della band vada ben oltre i confini del christian metal a cui i nostri vengono comunemente associati e, anche se l’uscita è di fatto un’autoproduzione, il numero dei veri appassionati interessati è tutto fuorché irrilevante.
Molta importanza, ci tengono loro stessi a sottolinearlo, hanno per i Tourniquet le liriche, ma nonostante i preconcetti non c’è solo messaggio biblico nei testi della band, che attraverso anche la dura immagine di copertina (Travis Smith dietro alla sua realizzazione) si impegna a sensibilizzare i propri ascoltatori verso la crudeltà con cui l’umanità tratta gli animali.
In questa sede però preferiamo restare maggiormente ancorati al lato musicale, anche perché sinceramente ci pare quello più interessante e originale. Lo stile del gruppo ha infatti ulteriormente cercato uno spunto evolutivo e ormai pare essersi creato uno spazio proprio che non è possibile descrivere se non facendo riferimento alla band stessa.
Tra virtuosismi tecnici, elaborazioni continue che passano dal thrash, al groove metal, al classic metal e al prog, passando da rallentamenti quasi doom e melodie aperta vicine all’alternative metal… l’unico denominatore comune resta la voglia di stupire e costruire brani come un collage di elementi diversi accostati con l’intenzione di rendere l’insieme imprevedibile e inafferrabile (ogni tanto ci sembra apparire anche lo spettro Zappiano).
Lo spirito ironico di “Chart Of Elements” non ci pare però molto riuscito, mentre la più thrash-groove (anche se il finale esce forse fin troppo dal seminato) title track e la sinfonia metal con cui inizia “The Maiden…” rappresentano il meglio dello stile del gruppo.
Formula simile per “Chumanda Temple Stampede” che ad un incipit neoclassico attacca una strofa groove metal e un ritornello fuori da ogni normalità. Il risultato è ricco di personalità, ma la band ha trovato in passato incastri migliori.
La completa libertà con cui i Tourniquet approcciano il processo creativo è senza dubbio il punto di forza e i brani senza una vera struttura lineare sono tanto originali quanto difficili da spiegare nelle poche righe riservate ad una recensione.
A nostro giudizio i migliori album della discografia restano altri, ma anche “Antiseptic Bloodbath” ha le sue belle carte da giocare e forse il solo intestardirsi su scelte vocali esageratamente astruse e stridenti è un punto critico da cui la band dovrebbe avere la lucidità di affrancarsi definitivamente. Un buon disco, ma solo per i fan della band. Se non lo siete… beh, potete comunque trovare il tempo di diventarlo.











CAZZO, FINALMENTE UN ALTRO ALBUM DEI TOURNIQUET. SE SI TROVA ANCHE SONO MOLTO FELICE.