American Tears – Recensione: Hard Core

Ritornano dopo oltre quarant’anni gli American Tears del grande compositore e tastierista Mark Mangold (l’album omonimo dei suoi Touch è una pietra miliare del pomp rock, tanto per citare qualcosa che dovete assolutamente recuperare se non la conoscete): “Hard Core” è il quarto lavoro in studio a nome AT, ma stavolta Mangold fa tutto da solo, scrive e suona anche basso e batteria oltre a cantare, dando vita ad un album personale di grande vitalità e coerenza artistica, grande sorpresa per chi ne aveva perso le tracce dopo il buon progetto “The Sign” di inizio anni Duemila.

Per la proposta musicale su “Hard Core” Mangold torna alle radici, mettendo da parte le contaminazioni pop, AOR e hard rock che hanno caratterizzato molti dei suoi progetti: quello che ascoltiamo oggi, infatti, è un progressive rock talvolta venato di malinconia, sempre imperniato sulle tastiere. Esemplare, in questo senso, è la title track, che ci porta subito in un mood nostalgico ed è senz’altro tra gli episodi migliori del lotto: le fanno eco l’atmosferica “The Ferryman”, anch’essa pregna di malinconia, come pure le suggestioni della conclusiva “At Last”, colonna sonora per un arcobaleno che lascia sperare in tempi più sereni. La forza dell’album, però, è quella di dipingere la tela con tinte diverse, proprio nella migliore tradizione prog: “Fyre” è allegra e leggera come pure “Smoke And Mirrors”, “Lords Of Light” è caratterizzata da pulizia e classe cristallina, “Bottoms Up” tira fuori l’influenza dei Deep Purple e in particolare di Jon Lord. La maestria di Mangold è al centro di tutte le composizioni, ma viene esaltata nel vivace prog di “Carnivore”, in cui il tastierista è mattatore assoluto, protagonista di assoli e fughe che devono molto all’influenza di Keith Emerson. Un fiorire di spunti caratterizza anche la scoppiettante “Nuclear”, mentre “Deplorable” è vetrina per l’abilità di Mangold con il sintetizzatore e restituisce un sound decisamente retrò.

“Hard Core” cresce ascolto dopo ascolto e si rivela un lavoro decisamente ispirato, legato a doppio filo con la tradizione prog degli anni Settanta e carico di idee: una ventata di freschezza assolutamente inattesa che farà felici gli amanti del genere e chi è in cerca di stimoli per lasciarsi andare e far viaggiare l’immaginazione.

Voto recensore
8
Etichetta: Escape Music

Anno: 2018

Tracklist: 01. Hard Core 02. Carnivore 03. Lost In Time 04. Fyre 05. Smoke And Mirrors 06. The Ferryman 07. Nuclear 08. Tear Gas 09. Lords Of Light 10. Deplorable 11. Bottoms Up 12. At Last

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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