Alter Bridge – Recensione: Walk The Sky

Quando andavo al liceo (e già ascoltavo gli Alter Bridge) ero, modestamente, una di quelle con i voti migliori della classe. Ricordo che i miei compagni, assai scaltri, venivano spesso a chiedermi il favore di offrirmi in sacrificio per questa o quell’altra interrogazione. Perché tanto ‘tu sei brava e per te è facile’.

La musica è una faccenda personale, forse la più personale che esista, ed è bastato un attimo per ripensare a questi episodi durante l’ascolto di “Walk The Sky”, il nuovo album degli Alter Bridge. Tanti, chissà quanti, penseranno e spesso diranno le stesse parole dei miei compagni di classe: la band di Myles Kennedy, Mark Tremonti, Brian Marshall e Scott Phillips è un gruppo di musicisti bravi, era scontato che scrivesse un altro album di pezzi belli, ‘ma che noia, tanto per loro è tutto facile’.

Beh, cari amici lettori/ascoltatori, lasciate che vi dica una cosa: studiare non era più facile per me all’epoca e sono certa che scrivere belle canzoni non sia più facile oggi per gli Alter Bridge. Il fatto che “Walk The Sky” sia quello che è, un insieme di pezzi ben fatti, ben suonati, ben cantati, non è un demerito, e non deve esserlo solo perché gli Alter Bridge ci hanno sempre abituati a tanto.

Ma veniamo a noi. “Walk The Sky” si allontana un po’ dalla sperimentazione vista nel penultimo “Fortress” e in parte in “The Last Hero”, e torna a lidi esplorati in dischi come “Blackbird” ed “AB III”, traendo il meglio dalle esperienze soliste dei componenti del gruppo.
L’album si apre con l’intro “One Life”, che conduce dritti a “Wouldn’t You Rather”, pezzone granitico, tosto, ma sempre all’insegna del gusto per l’hard rock a cui gli Alter Bridge non vogliono rinunciare.
Difficile trovare un passo falso nelle successive “In The Deep”, “Godspeed”, “Native Son” e “Take The Crown”. Difficile non lasciarsi incantare dalle tastiere che aprono “Godspeed”, per poi cedere il passo ad un altro gran brano da cantare live a squarciagola, quadrato come la batteria che lo scandisce dall’inizio alla fine. Altrettanto difficile non ripensare ai pezzi che hanno fatto la fortuna di “Blackbird” quando “Native Son” e “Take The Crown” lasciano spazio a delle schitarrate iniziali da far tremare i polsi.

Delle capacità vocali di Myles Kennedy non si stupisce più nessuno, ma “Walk The Sky” è un lavoro corale, e se Brian Marshall e Scott Phillips padroneggiano con sicurezza la sezione ritmica, Mark Tremonti non si limita a sfoggiare le sue doti da chitarrista, ma torna alla voce in “Forever Falling”, dimostrando ancora una volta di poter tenere testa, nonostante tutto, al suo esimio collega dietro al microfono.

Accenni orientaleggianti colorano “Indoctrination”, mentre un tocco di elettronica anima “Pay No Mind”, ed è un attimo ritrovarsi nella parte finale dell’album, aperta da “Walking On The Sky”. Il pezzo strizza solo apparentemente l’occhio al mondo delle ballad, ma neppure qui si sente la mancanza di una sezione ritmica granitica e riff di chitarra potenti e precisi. Ci pensa “Tear Us Apart” a moderare temporaneamente i toni, spingendo leggermente sul pedale del freno, in vista della maestosa conclusione affidata a “Dying Light” forse non a caso il pezzo più lungo e complesso dell’intero disco. In coda, gli Alter Bridge esibiscono ancora una volta tutto il loro potenziale e ricordano a tutti cosa sono capaci di fare, come nella title track di “Fortress”, come in “Blackbird”.

“Walk The Sky” riserva grandi novità o colpi di scena? No. Ci sono un paio di pezzi filler, non destinati ad imperitura memoria? Sì.
Ma, ricordatevelo, comporre un’ora di bella musica non è un compito facile o banale, e non lo è nemmeno per una band abituata a danzare sul filo della perfezione.

Etichetta: Napalm Records

Anno: 2019

Tracklist: Tracklist - 01. One Life 02. Wouldn't You Rather 03. In the Deep 04. Godspeed 05. Native Son 06. Take the Crown 07. Indoctrination 08. The Bitter End 09. Pay No Mind 10. Forever Falling 11. Clear Horizon 12. Walking on the Sky 13. Tear Us Apart 14. Dying Light
Sito Web: https://www.facebook.com/alterbridge/

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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  1. Carlo

    Una recensione perfetta.Non è facile fare un ora di buona musica.e gli alter bridge ci riescono sempre.

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