Alkaloid – Recensione: Liquid Anatomy

Secondo album per una delle formazioni che meglio riesce ad esprimere il concetto di prog metal estremo. Solo a contare il numero di band e album a cui i musicisti nella line-up hanno dato il loro contributo spiega il perché di tanta carne al fuoco, ma è la coppia formata da Hannes Grossman e Christian Münzner, accomunati dalla militanza in una realtà importante per il death progressive come gli Obscura, a raccontare ancora meglio le scelte degli Alkaloid. Insieme al co-fondatore Morean, chitarra e voce, vanno però un passo oltre alla band di Kummerer, proponendo un crossover estremo di generi, che accosta passaggi idealmente distanti (progressive, fusion, metal, rock) in modo scorrevole e senza apparente forzatura, almeno per chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la complessità intrinseca nel genere proposto.

Da subito “Kernel Panic” ci propone un inizio che spiazza: i primi due minuti sono di puro progressive rock, ma appena la musica si indurisce arrivano anche le harsh vocals, per poi ritornare con fluidità al tema iniziale e alternare parti melodiche e aggressive con, solo apparente, facilità. Complimenti. “As Decreed…” comincia come un pezzo dei Morbid Angel, per poi aggrovigliarsi e spezzarsi in rivoli di distorsioni e incastri ritmici, contrassegnati però dalla ormai acquisita capacità di non disperdere impatto e coesione. Otto minuti che volano senza quasi che l’ascoltatore se ne accorga.

Azagthtoh” è una vera perla! L’incipit accostabile ad una fusion estrema si concretizza in una canzone continuamente cangiante, un riff dopo l’altro si incastrano attraverso combinazioni ritmiche dalla dinamica perfetta e inserimenti melodici sempre ben pensati (e qui un plauso alla versatilità vocale di Morean è d’obbligo). Un chaos controllato, degno della mostruosa figura divina a cui è dedicato. Ancora una volta giù il cappello.

Più marcatamente melodica, in qualche modo accostabile agli Opeth, ma solo per il feeling un po’ malinconico e l’accostamento tra parti acustiche e vocals aggressive, è la bellissima “Liquid Anatomy”. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una canzone diversa da quelle proposte in precedenza, ma sempre ben centrate in quello che è ormai chiaramente il concept stilistico del gruppo. Gli Alkaloid sono infatti una realtà nata con l’obiettivo, di cui sono assolutamente all’altezza, di creare canzoni che riescano ad incorporare le influenze più melodiche e dal tasso tecnico elevato del progressive, inteso nel senso più ampio del termine, nella potenza e l’aggressività del metal, sia esso techno-trash, death e anche modern metal.

Resto questo il parametro più generale nel quale andare ad inserire brani le cui tante sfaccettature non sono facilmente condensabili nelle poche righe di una recensione, come “In Turmoil’s Swirling Reaches”, la groovy ed oscura “Interstellar Boredom” o la impressionante “Chaos Theory And Practice”, dal titolo che è tutto un programma. Discorso a parte merita invece la finale “Rise Of The Cephalopodos”: si tratta di un brano lunghissimo, quasi di venti minuti, in cui gli Alkaloid riversano tutto la loro voglia di suonare musica senza confini. E come potete immaginare il risultato è davvero impressionate, sia per la profondità della composizione, divisa in movimenti diversi, ma ben capace di non perdersi in una struttura priva di unità, sia per come è suonata ad un livello tecnico-espressivo che supera di gran lunga la maggior parte di ciò che si sente oggi.

Difficile, con i tempi che corrono, pensare che un album del genere possa attirare l’attenzione di legioni di fans, ma se siete tra coloro che pongono al centro dei loro interessi la creatività, la studiata qualità degli interpreti e, prima di tutto, la buona musica al di là dei paletti di genere, procedete tranquilli… “Liquid Anatomy” è senza alcun dubbio il disco più interessante che il 2018 ci ha proposto fino ad ora.

Voto recensore
9
Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2018

Tracklist: 01. Kernel Panic 02. As Decreed by Laws Unwritten 03. Azagthoth 04. Liquid Anatomy 05. In Turmoil's Swirling Reaches 06. Interstellar Boredom 07. Chaos Theory and Practice 08. Rise of the Cephalopods

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. andrea60

    concordo su tutto. album eccezionale

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