Alice In Chains – Recensione: Rainier Fog

Ogni volta che affronto la musica degli Alice In Chains è come fare un tuffo nel passato, nei ricordi di un tempo perduto nel maelstrom della costa ovest americana dei primi anni ’90. “Rainier Fog” arriva a 5 anni di distanza da “The Devil Put Dinosaurs Here”, secondo capitolo della resurrezione iniziata con il sorprendente “Black Gives Way To Blue”.

Non voglio ritornare ancora una volta sull’importanza degli AiC, non voglio affrontare la questione “grunge” e non ho la minima intenzione di entrare nella querelle dell’opportunità di continuare dopo la morte di Layne. Sono discorsi prossimi all’inutilità, perché questa che ascoltiamo oggi è una band diversa, che ha raccolto il testimone di una che è sopravvissuta alla tempesta, senza affondare.

Ancora una volta saldo al timone della caravella Jerry Cantrell, che non dimentica il passato della band e nelle 10 canzoni sgrana un repertorio intenso ed intriso di citazioni e richiami ai gloriosi fasti del Seattle-Sound.

Subito deciso l’attacco del disco con “The One You Know” e “Rainier Fog”, subito intensità e pathos con le voci di Cantrell e Duvall ad inseguirsi nota dopo nota. Decisamente positiva la traccia d’apertura, con un chorus degno dei primi anni novanta: drammatico e cupo nonostante una buona dose di melodia. Della stessa pasta “Red Giant” che picchia feroce grazie ad un chorus disperato.

Piace l’incursione in stile “Sap” di “Fly”, recupero acustico di un passato che non c’è più, ma che nonostante tutto è rimasto bene attaccato alla dita di Cantrell.

Bello il riff sabbathiano di “Drone”, che apre un mid tempo dal sound colloidale dove la chitarra di Cantrell urla satura di wah fino al cambio di atmosfera in vero un poco spiazzante. “Maybe” sembra quasi voler citar i Beatles con l’impasto vocale iniziale, ma poi vira al nero con una melodia tagliente e solo apparentemente melodica almeno fino al chorus che alza i giri di una canzone che fino a quel momento non sembrava essere incastrata a dovere nell’album.

Siamo alle battute finale e “So Far Under” è quasi un regalo ai fan, con quelle atmosfere plumbee tipiche di “Dirt”. Un giocare con la memoria dei fan, cercando di immaginare il riff portante della canzone emergere da un vero e proprio abisso temporale. Decisamente fuori contesto con il mood dell’album “Never Fade”. Non una brutta canzone, ma probabilemente

Chiude la lunga “All I Am”, come una sorta di tributo agli amici persi e “caduti” nella tempesta. “All my friends are leaving. Paid the price. For all the lies. I used to live Sacrifice. For all the love I tried to give”. A livello emotivo davvero intensa, a livello musicale scheletrica. La sintesi perfetta. Gran pezzo.

Non il disco migliore dalla rinascita degli Alice In Chains (e neanche lontanamente paragonabile a quelli incisi con la voce disperata di Layne Stayley), ma nonostante tutto “Rainier Fog” rimane un capitolo interessante della seconda giovinezza della truppa di Seattle. Un album con canzoni di valore, che ben rappresentano l’anima di una delle band che ha marchiato a fuoco un’epoca solo apparentemente lontana.

Voto recensore
7
Etichetta: BMG

Anno: 2018

Tracklist: 01. The One You Know 02. Rainier Fog 03. Red Giant 04. Fly 05. Drone 06. Deaf Ears Blind Eyes 07. Maybe 08. So Far Under 09. Never Fade 10. All I Am
Sito Web: http://aliceinchains.com/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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