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Alice In Chains – Recensione: Dirt

Dover scrivere “qualche riga” cercando di raccontare (e giudicare…) in maniera professionale uno dei tuoi album preferiti è di certo uno dei compiti più ingrati per uno scribacchino musicale. È un vero e proprio Everest, una scalata ai limiti dell’impossibile. La retorica è praticamente dietro l’angolo, è quel respiro che prendi prima di iniziare a buttare giù le prime lettere di un articolo che sai già rischierà di essere ovvio e banale.

Recensire una pietra d’angolo, un capolavoro e ritratto di una generazione di artisti è pura presunzione. Non è possibile “criticare” l’opera di Leonardo Da Vinci, quella di Klimt o Munch, così come non è possibile “giudicare” “Dirt” degli Alice In Chains.

“IL” disco della band di Jerry Cantrell e Layne Staley è sempre costante protagonista delle classifiche (più o meno serie) fatte da questa o quella rivista. È un ascolto obbligatorio che anche le giovani generazioni devono fare almeno una volta nella vita. Perché l’assalto iniziale di “Them Bones” è cosa che ai giorni nostri è difficile sentire. La chitarra tesa di Cantrell, con quella sequenza di accordi che accompagna le linee vocali dolenti di Staley SONO gli Alice In Chains. Anche a 25 anni di distanza.

Un segno sulla pelle di chi ascolta, ma soprattutto sulla pelle di chi ha composto questa musica. Un “qualcosa” che senti davvero nelle ossa. E quella sensazione diventa certezza quando “Dam That River” aggredisce l’ascoltatore, quasi una frustata. Ma il genio è quello anche di saper “modulare” la propria rabbia, ed ecco che arriva “Rain When I Die”, con il riff circolare ed una batteria secca ed essenziale.

C’è poi “Sickman” con il bridge folle e disperato, che spezza una canzone percussiva. “Rooster” è invece una fotografia della vita di Jerry Cantrell, che racconta l’infanzia del padre del chitarrista in maniera cruda. Primo passo verso una riconciliazione che venne celebrata nel 2006 a Tulsa (States, of course) quando Cantrell Sr. salì sul palco con la band.

E poi “Junkhead”, la favolosa litania che risponde al nome di “Dirt” e la e cupa e percussiva “God Smack”. C’è poi una sorpresa prima di “Hate To Feel”: la traccia fantasma “Iron Gland” (o “Untitled”) dove possiamo sentire Tom Araya degli Slayer.

Si arriva verso la fine, ed un finale da piegare la resistenza di un toro: “Angry Chair”, la profetica “Down In A Hole” e la conclusiva “Would?”. Canzoni che hanno segnato più di una generazione di ascoltatori,

Sono passati quasi 25 anni (l’anniversario cadrà il prossimo 29 settembre), ma queste canzoni ancora vibrano, perdono sangue e respirano l’aria di una Seattle che non c’è più. E con molta probabilità questo pugno di canzoni rappresentano perfettamente l’immagine di una musica che tanti – come me – hanno visto crescere, esplodere e collassare tra lutti e disperazione.

Il “Senza Voto” finale non vuole essere una sorta di fuga dalle responsabilità di “scribacchino musicale”, ma il passo finale di uno sforzo colossale in equilibrio (spesso precario) tra emozione e critica.

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Columbia Records

Anno: 1992

Tracklist: 1. Them Bones 2. Dam That River 3. Rain When I Die 4. Sickman 5. Rooster 6. Junkhead 7. Dirt 8. God Smack 9. Untitled (Iron Gland) (ft. Tom Araya) 10. Hate To Feel 11. Angry Chair 12. Down In A Hole 13. Would?
Sito Web: https://www.aliceinchains.com

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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