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Accept – Recensione: The Rise Of Chaos

Da quando sono tornati a farsi sentire nel 2010 gli Accept della ormai rodata coppia Tornillo/Hoffman (senza dimenticare Peter Baltes) sono una macchina quasi perfetta. Vederli dal vivo è un’esperienza emozionante, vista l’energia che la band riesce a far scaturire dai propri strumenti, ma anche i lavori in studio sono stati tutti all’altezza della storia che un gruppo di tale e tanta importanza. Non poco ha contribuito il sodalizio, qui ovviamente rinnovato, con il produttore per eccellenza del metal contemporaneo, ovvero Andy Sneap, ma le stesse composizioni hanno spesso messo in luce un songwriting brillante e ben calibrato tra passato e presente.

In questo senso il nuovo “The Rise Of Chaos” rappresenta però forse il primo momento di piccola manchevolezza. Se infatti tutto il pacchetto continua ad essere perfetto sotto l’aspetto della presentazione, ovvero qualità strumentale, suono potente, rifiniture intoccabili, etc… le canzoni, o almeno molte di queste, non sembrano essere in grado di rivaleggiare con i migliori tra i brani recenti.

Intendiamoci, ci sono alcuni pezzi davvero validi, come l’anthem “Die By The Sword” o, agli antipodi, la più riflessiva e strutturata “Worlds Colliding”, ma nell’insieme manca quella scintilla che ha reso album come “Stalingrad” o “Blind Rage” più scorrevoli e d’impatto.

l problema principale sta nella anomala mancanza di cori efficaci e riff davvero incisivi (sempre se parliamo del livello a cui ci hanno abituati gli Accept, sia ben chiaro). Se togliamo infatti tutta la forma e andiamo al sodo canzoni come la un po’ ridicola (nel testo) “Analog Man” o la scontatissima “No Regrets” (ennesimo inno metal ad una vita senza rimpianti) non sono nulla più che standard di genere a cui molti saranno anche affezionati, ma che infine null’altro sono se non comodi riempitivi. La qualità esecutiva, il buono spunto sull’assolo e il suono ben calibrato ci sono e possono comunque far fare una discreta figura anche a canzoni non certo trascendentali, come ad esempio l’anonima finale “Race To Extinction”, o “Koolaid” (dedicata alla vicenda della famosa setta denominata People’s Temple), brano che parte anche bene, ma si affloscia su di un ritornello davvero troppo banale.

Detto ciò, i momenti riusciti si trovano comunque, oltre alle due canzoni sopra citate molto buone sono la corposa title track, questa si bella potente e aggressiva, ma anche la classicissima “What’s Done Is Done”, che gode finalmente di un refrain e di una linea melodica che girano alla grande.

Per chi è un fan della band il risultato sarà più che apprezzabile e, a dirla tutta, dopo album di ottima fattura, piazzarne uno che rimane riuscito a metà non è certo un delitto. Qualche brano nuovo da aggiungere in scaletta c’è, così come qualcuno del tutto trascurabile… ma in ogni caso ascoltare gli Accept è pur sempre un piacere.

Voto recensore
7
Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Die By The Sword 02. Hole In The Head 03. The Rise Of Chaos 04. Koolaid 05. No Regrets 06. Analog Man 07. What’s Done Is Done 08. Worlds Colliding 09. Carry The Weight 10. Race To Extinction

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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