Abigail Williams – Recensione: The Accuser

“The Accuser” segna il traguardo del quarto studio album per gli americani Abigail Williams e ribadisce tutti i pregi e i difetti di una band con grandi potenzialità ma che di farina nel suo sacco, ne ha poca. Forse il deus ex machina Ken Sorceron (voce e chitarra) è un animo talmente tormentato da non riuscire ad adattarsi ad uno stile preciso e portarlo avanti nel tempo con un dovuto percorso evolutivo e così i suoi Abigail Williams pescano un po’ di qua e un po’ di là restando dei continuatori. Bravissimi ma pur sempre tali.

La band nasce una decina di anni fa come potenziale ensemble di metalcore, percorso subito tralasciato a favore di un black metal sinfonico che molto doveva a Dimmu Borgir, Emperor e Cradle Of Filth (ricordiamo i due discreti capitoli “In The Shadow Of A thousand Suns” – 2008 – e “In The Absence Of Light” – 2010 -), tanto efficace quanto derivativo, per poi operare una svolta tre anni fa con “Becoming”. Lo studio album del 2012 guardava infatti con più convinzione al panorama americano piuttosto che a quello europeo, prendendo grande spunto dal cammino artistico di Wolves In The Throne Room, Nachtmystium, Twilight, Krieg e Leviathan.

“The Accuser” riprende le sonorità del suo predecessore e porta dunque avanti l’adesione al panorama USBM riproducendo con fedeltà i canoni del genere, ovvero soluzioni pesanti e ricorsive dove lo strumentale ha certo più importanza delle voce, mitigate da passaggi melodici e siderali dalle sottili venature psichedeliche e shoegaze. Per fortuna la band di Ken Sorceron possiede un ottimo mestiere e il songwriting è solido, tanto che “The Accuser” piace perchè mantiene viva l’attenzione dell’ascoltatore e lo incuriosisce grazie anche a un interessante panorama lirico di carattere metafisico e spirituale.

L’opener “Path Of Broken Glass” è uno dei brani più duri del lotto, veloce e maligno. Chitarre compresse e una sezione ritmica poderosa non lasciano un attimo di respiro, tra riverberi e fisicità, mentre la voce, pur gridata, sembra quasi lontana e staccata dal contesto. L’album poggia però in massima parte sui tempi medi, sorta di soluzione doomish à la Wolves In The Throne Room che fa propri suoni polverosi e sporchi che tuttavia non escludono melodie ficcanti e drammatiche. Ne abbiamo un esempio con “Of The Outer Darkness” e soprattutto con la bella “Will, Wish And Desire”, pezzo orecchiabile e tracciato di shoegaze dove sale sugli scudi la chitarra di Jeff Wilson, autore di un assolo piacevolissimo.

Convincono ancora “Forever Kingdom Of Dirt”, dai suoni diluiti e una matrice psichedelica ben più forte, oltre alla conclusiva “Nuummite” episodio sui generis che fa proprio un rock progressivo ed atmosferico di natura pinkfloydiana che molto deve al modus operandi dei Nachtmystium. Un buon ascolto, questo è certo, ma gli Abigail Williams sembrano accontentarsi dello sviluppo di idee appertenute ad altri. Se i risultati sono buoni anche così, ci chiediamo lecitamente cosa non riuscirebbero a fare se decidessero di metterci più personalità. Presente quelle pietanze ottime ma a cui manca un ingrediente? Ecco.

Voto recensore
7
Etichetta: Candlelight Records

Anno: 2015

Tracklist:

01. Path Of Broken Glass
02. The Cold Lines
03. Of The Outer Darkness
04. Will, Wish And Desire
05. Godhead
06. Forever Kingdom Of Dirt
07. Lost Communion
08. Nuummite


Sito Web: https://www.facebook.com/abigailwilliamsofficial

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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