Abbath – Recensione: Abbath

Giunta al termine la disputa legale che ha contrapposto Olve Eikemo (meglio noto come Abbath), membro fondatore degli Immortal, ai suoi ex compagni Demonaz e Horg con la vittoria di questi ultimi (che di fatto manterranno tutti i diritti di utilizzo del marchio), il musicista norvegese torna sul mercato discografico con il suo progetto personale e una forte volontà di guardare al futuro nonostante l’uscita da un gruppo che ha contribuito a scrivere pagine di storia del black metal.

“Abbath” è per forza di cose un disco figlio degli ultimi Immortal e del percorso solista del mastermind, un album che di black metal propriamente inteso conserva soprattutto le atmosfere fredde e le derive epiche, lasciando spazio a sonorità vicine al thrash e al death più tecnici e anche al metal classico. Sono passati quasi sette anni dal magnifico “All Shall Fall” e ora “Abbath” deve in qualche modo scontrarsi con un simile avversario, ma il risultato è raggiunto soltanto in parte perchè ad oggi, l’ultima prova degli Immortal resta di livello nettamente superiore tanto per emozionalità quanto per il valore qualitativo delle composizioni.

Intendiamoci, il nostro Olve non ha confezionato un brutto disco, tutt’altro. Forse le aspettative personali erano anche troppo elevate, fatto sta che l’ascolto di “Abbath” evidenzia un approccio che preferisce esecuzioni di una perfezione chirurgica, sacrificando in parte quell’impatto emozionale che il trademark Immortal non ha mai negato. “To War!”, dal titolo programmatico, apre le ostilità con i suoi ritmi sostenuti e le numerose angolature thrash/death. L’estro del mastermind come chitarrista sale subito sugli scudi, altrettanto quello di una sezione ritmica eccellente, composta da Tom Cato Visnes (King) al basso e dall’incontenibile Kevin Foley (qui con la pseudonimo Creature) alla batteria.

La successiva “Winterbane” si mantiene sull’up-tempo ma è davvero intensa e ritrova sensazioni glaciali e funeree. Il suggestivo finale introduce una melodia ficcante e quasi cinematografica che ne esalta la natura epica. A nostro parere, durante l’ascolto il meglio arriva proprio da quei brani che si mantengono su queste coordinate, dai ritmi talvolta cadenzati, comunque capaci di risvegliare il fantasma degli Immortal (che poi questo fosse o meno nelle intenzioni di Abbath, non ci è dato saperlo). Parliamo di “Ocean Of Wounds”, dal potente incipit percussivo e di “Root Of The Mountain”, mid-tempo molto regolare per gli standard del disco ma dal feeling parecchio oscuro ed evocativo.

I brani più veloci ed aggressivi, ad esempio “Fenrir Hunts” e “Endless” non sono assolutamente da scartare, anzi, tuttavia non propongono sonorità caratteristiche e in un’ottica globale, giunti al termine dell’ascolto si ha la netta impressione che l’album esalti prima di tutto le doti esecutive e il song-writing (validissimo!) del suo mastermind, un po’ meno le sensazioni glaciali e l’impatto emozionale che ci si aspettava dalla sua concezione di black metal. Da parte nostra sarebbe però presuntuoso vedere la band come i nuovi Immortal, Olve Eikemo ha giustamente il diritto e il dovere di scrollarsi di dosso un’eredità così pesante. Godetevi “Abbath”, è comunque un buonissimo disco al quale, speriamo, il musicista norvegese potrà dare seguito percorrendo un cammino in salita.

abbath winter bane

Voto recensore
7
Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2016

Tracklist: 01. To War! 02. Winterbane 03. Ashes Of The Damned 04. Ocean Of Wounds 05. Count The Dead 06. Fenrir Hunts 07. Root Of The Mountain 08. Endless 09. Nebular Ravens Winter (Bonus Track)
Sito Web: http://www.abbath.net/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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